Non c’è due senza tre

Lo scorso venerdì mi sono trovato assorto nei miei pensieri mentre cercavo di ricostruire il numero preciso di cotte fatte nella mia vita da homebrewer, cioè da quasi 6 anni a questa parte.

Di solito ho una memoria fottutamente eidetica, soprattutto per le stronzate. Basta un nonnulla per scatenare in me ricordi dettagliatissimi, oppure una parola detta in un certo modo o in un certo contesto per fare in modo che parta la citazione da un libro, un film o una serie tv.

Stranamente però, pensando alle cotte, ho fatto un po’ fatica a risalire a un numero certo o un giusto progressivo. Detto sinceramente non so nemmeno quante ne ho fatte nel 2019! Ma ci ho voluto provare lo stesso.

Prima di tutto mi sono messo a pensare di tutte le volte che mi sono chiuso in cantina (frase alquanto emblematica che uso quando concordo con mia moglie la serata della prossima cotta) e come se non bastasse ho provato ad includere nel totale anche le volte in cui sono stato in trasferta: a casa di amici ad aiutare o partecipare a fare cotte o altre situazioni in cui malti e luppoli si mescolavano insieme. Insomma… Dopo diversi minuti che non ne venivo a capo di Quella volta… e poi quell’altra volta… e quell’altra volta ancora… ho deciso di lasciar perdere e lasciarmi andare, una volta ogni tanto, all’ebrezza dell’approssimazione senza provare l’inutile senso di colpa e senso di inferiorità nei confronti di amici homebrewer che sanno con precisione atomica il numero delle volte che hanno scaldato, bollito, raffreddato, fermentato e imbottigliato ogni produzione nella loro vita.

Alla fine ho optato per fare cifra tonda sensatamente ragionevole ipotizzando il numero 40, un po’ come i miei anni, anche perché ero molto indaffarato a fare una cotta, per l’appunto: la mia IGA. Quindi questa cotta che numero la consideriamo? la quarantesima o la quarantunesima?… ARGH!!!

So con certezza che ho messo in pentola la terza versione della mia IGA, Italian Grape Ale con mosto di Gattinara, di cui ho parlato talmente tante volte su questo blog che, ammetto, anche io provo un po’ di nausea.

Altra certezza è che la versione del 2018 è stata, a mio avviso, la migliore birra prodotta in casa da quando ho questa ossessione spacciata per hobby.

Diamo un’occhiata alla ricetta aggiornata.

Italian Grape Ale con mosto di Gattinara

Non ho poi cambiato tanto, rispetto alla versione dell’anno scorso. Stesso mosto, stessa OG e stessa ricetta, più o meno. Le modifiche fatte sono state piccole, e sono le seguenti:

  • Cambio di grist passando da un 100% di pilsner con un 50% di pilsner belga e 50% di Vienna;
  • Piccolo spostamento della luppolatura da 5 a 10 minuti dalla fine della bollitura;
  • Eseguito lo sparge a freddo. Per poco più di 5 litri di sparge, non mi è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di mettere in mezzo un’altra pentola.
  • Riduzione dei ceppi di lievito da 2 a 1: quest’anno ho deciso di usare solo il Fermentis W-34/70 Saflager Lager e togliere l’aiutino del Bayanus.

E per rispettare la tradizione, ecco la ricetta ricavata da BrewFather.

  • 7.0% / 13.6 °P – 72% efficiency
  • Batch Volume: 20 L – Total Water: 27.55 L
  • Mash Water: 22 L – Sparge Water: 5.55 L
  • Boil Volume: 24.35 L – Pre-Boil Gravity: 1.038

Vitals

  • Original Gravity: 1.055
  • Final Gravity: 1.010
  • IBU (Tinseth): 8
  • Color: 7.9 EBC

Mash

  • Temperature — 63 °C — 60 min

Malts (4 kg)

  • 2 kg (41.7%) — Pilsner Malt — Grain — 3.3 EBC
  • 2 kg (41.7%) — Vienna Malt — Grain — 6.9 EBC

Other (800 g)

  • 600 g (12.5%) — Cane (Beet) Sugar — Sugar — 0 EBC — Boil — 0 min
  • 200 g (4.2%) — Briess Rice Hulls — Adjunct — 0 EBC

Hops (30 g)

  • 30 g (8 IBU) — Cascade 5.5% — Boil — 10 min

Miscs

  • 3 l — mosto di gattinara — Boil — 0 min

Yeast

  • 3 pkg — Fermentis W-34/70 Saflager Lager

Tutto molto bello e tutto molto lineare. Le modifiche effettuate sono servite più a provare a correggere il tiro.

Com’è andata la cotta.

AxHTherm e FastLager. E niente più.

Per sbaglio apposta (o apposta per sbaglio) ho macinato i grani molto finemente, e come side-effect dubito di riuscire a ottenere la stessa limpidezza dell’anno scorso. Del resto, non ho granché da segnalare su questa cotta: tutto è andato come doveva andare nella migliore delle tradizioni, a conferma del fatto che ormai sia procedimento che preparativi sono processi oliati e collaudati alla (mia) perfezione. Ho cominciato la cotta intorno alle 21.00 e verso mezzanotte ero pronto per la bollitura con immensa voglia di andare a letto: ho rischiato un paio di volte il boil-over, ma fortunatamente ero ancora sveglio e sono riuscito ad agire in tempo.

Verso la fine della bollitura ho unito i due mosti, fato bollire per 10 minuti insieme al Cascade e poi proceduto al raffreddamento. A differenza delle volte scorse, non ho aspettato che il mosto raggiungesse la temperatura giusta di inoculo (con almeno 5-6 ore in camera di fermentazione), ma ho inoculato il lievito direttamente a 20° e poi spostato tutto al fresco, contando sul fatto che il tempo che impiega il mio frigorifero per giungere a temperatura prevista per la fermentazione è sicuramente inferiore rispetto al lag di adattamento e riproduzione del lievito. Prima di chiudere il fermentatore ho preso un campione del mosto per misurare la densità, ho poi avvolto il tutto con una maglietta per facilitare il raffreddamento e la tenuta della temperatura, ho infilato il caro vecchio gorgogliatore, quello analogico, non quello digitale che da diversi mesi dorme nella sua scatolina sbrilluccicosa… e con la schiena provata, me ne sono andato a nanna, finalmente.

Un paio di parole su Plaato.

A proposito di gorgogliatore analogico e gorgoliatore digitale: Io sono stato uno dei primi in Italia ad avere il Plaato e a utilizzarlo. Ne sono sempre stato abbastanza entusiasta e a chi mi chiede informazioni in merito mi sento sempre di consigliarlo, al netto di tutti i suoi pro e i suoi contro, e anche di questo ne ho parlato talmente tante volte che farlo anche qui… mi annoia.

Qualche lettore mi ha chiesto come mai nelle ultime cotte non ho menzionato l’uso del gorgogliatore intelligente e siccome anche in questa cotta ho deciso di non utilizzare il Plaato provo a dire in due righe e non di più sulla questione giusto per dovere di cronaca.

Il Plaato è un ottimo strumento per imparare a conoscere le dinamiche e il comportamento di un lievito. E una volta che si è compreso il tempo in cui si svolge la fase tumultuosa della fermentazione, oppure quello in cui un lievito arriva ad attenuazione finale, ecco che avere un grafico colorato con aggiornamenti costanti risulta completamente inutile.

Ho scelto di non usare il Plaato in queste ultime cotte perché ho utilizzato tutti lieviti che conosco bene e che non mi riservano soprese sul comportamento, e, ripeto, avere un sistema di monitoraggio costante non serve. Siccome non è la prima volta che faccio una bassa fermentazione con questo lievito e con il metodo fast lager, so già cosa presumibilmnete succederà. Quando farò una cotta con un lievito nuovo per me, per prima cosa monterò il Plaato, ma fino a quel momento non ne sento per nulla il bisogno.

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Guida galattica per homebrewers – edizione aggiornata al 2019

Il 12 ottobre scorso, in viaggio verso Caserta ero in compagnia di Davide, Mattia e Mike, tre amici homebrewers di cui forse qualcuno ha sentito parlare. Tra una chiacchiera, un consiglio, una battuta e una stronzata mi sono fermato un attimo a riflettere sul fatto che oggi il panorama dell’homebrewing italiano è distante anni luce rispetto a quando ho iniziato io ormai quasi 6 anni fa.

Sei anni, in questo hobby così giovane, assomigliano quasi un’era geologica, basti pensare che quando ho iniziato io impazzavano guide e tutorial su come costruire filtri bazooka con tubi inox per contesti idraulici. Nel frattempo qualche vecchio ha abbandonato l’hobby o le piazze virtuali e sono apparse sulla scena tante persone nuove. Le competenze ereditate sono state facilmente assimilate e arricchite, e sono nate tante voci autorevoli e di riferimento per un certo tipo di tecnica o conoscenza nell’ambito brassicolo.

Parallelalemente sono aumentate anche le risorse on line per fruire informazioni riguardante l’hobby dell’homebrewring, ognuno col suo taglio e il suo target di riferimento e ognuno con qualcosa di intressante da raccontare per quanto riguarda questo hobby.

Siccome io sono bulimico di materiale brassicolo on line, ho nel tempo fatto una vera e propria scorpacciata di siti, blog, canali youtube etc etc…

Ho cominciato a collezionare risorse partendo da qui:

Purtroppo molte risorse citate sono da considerarsi progetti conclusi, visto che non hanno aggiornamenti da parecchi mesi e nonostante siano risorse valide e sempreverdi, preferisco non citarle in questo articolo. Qui vorrei censire solo le risorse effettivamente vive. Segnalatemi nei commenti risorse che mi son perso per strada e integrerò molto volentieri.

Inoltre ho messo solo le risorse principali: ci sono progetti che hanno o sono collegati ad altre risorse come per esempio gruppi facebook o canali youtube. Evito di citare le fonti, diciamo, secondarie, per evitare di avere doppioni e ridondanze

Per tutto il resto… c’è Google.

Blog italiani a tema homebrewing.

Brewing Bad

link: https://brewingbad.com/

Non si può non partire da sua maestà Frank, homebrewer, docente di corsi, blogger sia per il suo sito che per altre testate, giudice BJCP, animatore di forum on line e chi più ne ha più ne metta. Impossibile non conoscerlo, impossibile non seguirlo.

ROVIDbeer

link: http://www.rovidbeer.it/

Davide scrive guide e tutorial su tutto ciò che ha a fare con la produzione di birra in casa, toccando in maniera approfondita anche temi relativamente secondari. Ultimamente sta spingendo tantissimo su fermentazioni in pressione e imbottigliamento in contropressione. Una vera risorsa.

Officina Briù

link: http://www.briubeer.com/

Praticamente innocuo.

Hyperborea

link: http://www.hyperboreabrewing.com/

Jacopo è un personaggio dai modi gentili e al tempo stesso saggi. Il suo blog ha un taglio molto giornalistico, senza mai essere pedante o noioso.

berebirra

link: http://berebirra.blogspot.com/

L’ultimo articolo risale a maggio scorso. Lo so, ho detto che avrei censito solo blog aggiornati costantemente, ma quello di Angelo, ormai ex homebrewer che ogni tanto si ricorda di scrivere un articolo sul suo blog, ho trovato un sacco di informazioni e consigli sempre attuali.

TreNove Homebrewing

link: http://www.trenovehb.it/

Salvatore, per gli amici lo sbirro, scrive diversi tutorial su tutto quello che gli passa per la mente, riportando le sue esperienze. Si diletta molto di automazione impianti e caftbeerpi.

Homebrewing Condor

link: http://homebrewingcondor.blogspot.com/

Leggere il blog di Antonio mi da sempre l’impressione che questo hobby ha ancora un sacco di nuovi orizzonti da scoprire.

Dal’s beer

link: http://dalsbeer.blogspot.com/

Conosco poco e nulla l’autore, credo si chiami Daniele, ma seguo da tempo questo blog perché ho trovato sempre molti consigli sensati maturati direttamente sul campo e sui libri.

Canali YouTube italiani a tema homebrewing

Sgabuzen Homebrewing

link: https://www.youtube.com/channel/UCH_37OhhwnyfYWFOn6dXYNA

Giovanni è un grande e ha una forte presenza scenica. Il suo canale è pieno di video e tutorial su parecchi aspetti che interessano noi homebrewers come l’automazione di impianti, tecniche di produzioni e altro.

Berlo

link: https://www.youtube.com/channel/UCmGPkLgK2oh_IUy-Uay8cAQ

Matteo è una persona fantastica che adoro con tutto il mio cuore. Il suo canale è pieno di esperienze dirette di quello che può succedere durante una cotta o durante eventi brassicoli e festival birrari, il tutto documentato nel momento stesso in cui sta succedendo.

Zelig Planet

link: https://www.youtube.com/user/ZeligPlanet

Corrado ci fa compagnia coi suoi video ormai da anni. Spesso annuncia che smette di fare birra in casa… poi chissà come mai, la settimana successiva esce sempre un nuovo video di resoconto di una nuova cotta o di una nuova esperienza.

Club Brasseria del Cavallo

link: https://www.youtube.com/channel/UCxjcoCSImP4QZjAyLeuLc4w

Mike e Dario sono una delle recenti novità, per quanto riguarda YouTube. I loro video cercano di spaziare su tutti i campi dell’hobby con approfondimenti su tecniche di degustazione e produzione.

Happygug

link: https://www.youtube.com/channel/UC9KP-ELG-0hXIBpi57sEiBA

Felice ci porta nella sua “batcaverna” fatta di impianti, frigoriferi e cisterne rumorose per raccontare in maniera molto eloquente il caos che può generarsi durante una cotta.

Skal!

link: https://www.youtube.com/channel/UC98fnj4So-M-CmkNvxxvoHQ

Anche se non si tratta di un canale dedicato all’homebrewing segnalo lo stesso Andrea che con le sue degustazioni e l’impostazione minimale del suo show riesce lo stesso ad essere magnetico ed interessante.

Project Zero

link: https://www.youtube.com/channel/UCQWkwPKr7AzLCaIXMB37Y2w

Michele è italiano ma nei suoi video parla in inglese. I suoi video sono interessanti tutorial sull’uso avanzato del sistema Grainfather.

Birramia

link: https://www.youtube.com/user/birramiatube

Questo canale è ovviamente collegato allo store on line omonimo. I video sono molto indicati per chi ha appena iniziato con quest’hobby, e Silvia riesce sempre a strappare un sorriso con i suoi video e con il suo carisma.

Lab4beer

link: https://www.youtube.com/channel/UCWRbc4KiJy_GvCkIzG3r9oA

Nicola non ha certo bisogno di presentazioni. Nei suoi video vengono trattati solo tematiche relative al controllo qualità nel ciclo produttivo in ambiente pro. Mitico l’episodio del caprone che all’interno del birrificio… vabbè… niente spoiler.

Podcast italiani a tema homebrewing

Radiocronache di birra

link: https://www.radio-food-live.com/radiocronache-di-birra/

Più che un podcast si tratta di un riepilogo audio dei migliori articoli di cronache di birra (vedi alla voce Magazine e riviste on line) intervallato da buona musica. Ogni tanto si parla di homebrewing, ma poco. Rimane comunque una trasmissione piacevole e godibile.

Carbrewing Podcast

link: https://www.youtube.com/channel/UCVcrlAHBBKghmOhZb0qCSQw (backup)

Praticamente innocuo – parte 2

Magazine e riviste on line a tema homebrewing

Cronache di birra

link: https://www.cronachedibirra.it/

Attivo da più di 10 anni è semplicemente un sito monumentale per quanto riguarda la birra artigianale in Italia. Per noi homebrewers c’è la sezione “il fermentatore nell’armadio“, e indovinate un po’ chi firma quegli articoli?

Fermento Birra

link: https://www.fermentobirra.com/

Versione on line della rivista cartacea con innumerevoli firme autorevoli con uno sguardo molto approfondito su aspetti tecnici che spesso riguardano noi homebrewers. la sezione del sito dedicata all’homebrewing è https://www.fermentobirra.com/homebrewing/

Il giornale della birra

link: https://www.giornaledellabirra.it/

Magazine sulla birra artigianale on line dal taglio molto ampio con interviste a homebrewers che per un motivo o per un altro si sono distinti.

Gruppi Facebook a tema homebrewing

Qui ci sarebbero davvero tanti gruppi da segnalare, mi limito perciò a mettere quelli che preferisco frequentare io, e che non siano semplici gruppi in cui i post si perdono tra segnalazioni di eventi e spam vario.

Canali Telegram per homebrewer

Anche qui sarebbero tanti i gruppi da segnalare. Mi limito a mettere quelli che frequento io che parlano prevalentemente di homebrewing. Segnalatemi nei commenti altri gruppi da seguire e aggiorno la lista.

Associazioni territoriali e nazionali per homebrewers

Qui segnalo tutte le associazioni attive sul territorio che spesso organizzano eventi, concorsi e altre attività per homebrewers. Se ne conoscete altre, segnalatemele nei commenti.

MoBI

link: https://www.movimentobirra.it/

Impossibile non citarla.

Birra Divin Piacere

link: http://www.birradivinpiacere.it/

Associazione molto attiva nel Modenese che organizza spesso eventi e concorsi per homebrewers.

Homebrewers Gorizia

link: https://www.homebrewersgorizia.it/

Associazione relativamente giovane, ma molto attiva sul suo territorio.

La Brasseria Veneta

link: http://labirradidoc.altervista.org/la-brasseria-veneta/

Associazione che propone ogni anno l’Expo delle birre artigianali.

Southern Homebrewer

link: http://www.southernhomebrewers.it/

Una NON associazione che raccoglie parecchi homebrewers del su dello stivale.

HBL Homebrewers Lombardi

link: https://www.facebook.com/groups/hblombardi/

Gruppo facebook di una NON associazione molto attiva nel milanese.

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Alta Fedeltà

Che la mia stagione brassicola autunno-inverno non sia partita sotto i migliori auspici… ormai lo sanno pure i sassi: non si tratta certo di un mistero.

Come se non bastasse, dopo 4 anni ho deciso di provare a fare un Kit All Grain già preparato e in vendita: in occasione della X giornata nazionale italiana dell’homebrewing ho deciso di “rompere” le regole e lasciarmi andare e rivivere l’ebrezza provata tanti anni fa quando cominciai a fare birra in casa.

Lo stile scelto di quest’anno è una Ordinary Bitter ( cat. 11A del BJCP ) e la ricetta consigliata porta la firma autorevole di Alessio Allo Gatti, il signor CANEDIGUERRA (decisamente non il primo che passa per strada), quindi tutto sommato, per me che preferisco bere inglese, non si è trattato di chissà quale grande sacrificio. Ultimamente poi stanno ritornando in auge tra gli homebrewer la moda di fare le birrette, inteso non in maniera dispregiativa, quanto come la rivalsa delle birre semplici rispetto ai birroni: pochi malti, un luppolo, il giusto lievito… e via col tango.

E mentre decidevo se mettere in carrello il kit convivevano in me diverse sensazioni contrastanti, che più o meno hanno poi dato esito all’acquisto.

Io che guardo il carrello degli acquisti.

Quindi, proviamo a capire perché e quando è giusto scegliere un kit all grain.

Perché e quando scegliere un kit all grain?

Quando e perché è giusto comprare un kit all grain? E quando no? Proviamo a rispondere a questa domanda in maniera sintetica per punti. Facciamo un po’ quel giochetto delle classifiche? Vi va? Parliamone nei commenti.

Ritengo che sia giusto comprare un kit all grain quando:

  • Sono alle prime cotte in All Grain e ancora non ho confidenza, dimestichezza e voglia con la scrittura di ricette sia a mano o con l’ausilio di un un buon software;
  • Non ho ancora tutta l’attrezzatura necessaria per completare un impianto all grain come si deve, come per esempio un mulino per macinare, una macchina per mettere in sottovuoto gli avanzi, etc…;
  • Magari faccio due cotte l’anno e non ho la voglia di archiviare le materie prime comprate sfuse.
  • Preferisco limitarmi ad eseguire in maniera scimmiesca le indicazioni riportate in ricetta (ok, questo più che un pro sembra un contro… ma ci arriviamo);
  • Vado di fretta (…non ho più tempo, datemi retta).

D’altro canto ci sono talmente tanti motivi per non comprare i kit All Grain che faccio fatica ad isolarne solo cinque. Proviamoci.

  • Le ricette sono scritte prevalentemente pensando ad un ottimistico impianto a tre tini con efficienza sul 75%, mentre nella maggior parte dei casi ci sono impianti BIAP o addirittura BIAB (ma ormai nessuno fa più BIAB… manco più Francesco! E pure Corrado continua a dire che da domani smette di fare birra in casa);
  • Le ricette, sempre loro, fanno schifo: sono pensate più alle ottimizzazioni di smaltimento di materie prime da parte del venditore che allo stile di riferimento.
  • Non è mai esplicito quando il kit è stato confezionato. Per quel che ne possiamo sapere, i kit che abbiamo in mano vengono preparati al momento della vendita oppure mesi addietro, sopratutto in caso di macinazione dei grani inclusa.
  • Conti alla mano, il costo delle materie prime sciolte non raggiunge il costo del kit intero.
  • Vuoi mettere la bellezza di ragionare e scrivere una ricetta da solo? ah signora mia

Detto questo, mi sono cazziato da solo per aver preso il kit bell’e pronto. E la sera di venerdì 25 ottobre mi sono chiuso nella mia Officina per preparare la mia ennesima cotta per celebrare l’appartenenza e la devozione a questo fantastico hobby, ben due giorni prima rispetto all’appuntamento nazionale, perché ragazzi… ok la passione, ok l’appartenenza, ok tutto… ma la domenica è il giorno delle signore.

Parliamo un po’ della ricetta.

I kit All-Grain comprati on line sono sempre accompagnati da un foglio di istruzioni in cui sono riportate, riga per riga, l’elenco delle cose da fare come una scaletta da rispettare pedissequamente, compresi i momenti da ritargliare per la pulizie delle attrezzature. Ma io non ho bisogno di leggere la procedura e seguire le fasi alla lettera: so già cosa fare e quando. Preferisco concentrarmi sulla vera protagonista della cotta: la ricetta, che paradossalmente ha pochissima visibilità all’interno delle istruizioni, con informazioni vaghe ed approssimative. Come prima cosa, infatti, ho trascritto ed adattato la ricetta secondo le mie esigenze, e ho avuto non poche difficoltà nel riportare su BrewFather le materie prime e solo dopo un paio di tentativi di aggiungi qua e sposta la credo di aver trovato la quadra del cerchio, ma non ci scommetterei, visto che la verità è nota solo al produttore del kit.

Ho poi ridimensionato e ricalcolato i volumi di acqua e il relativo trattamento in base al mio impianto. E anche su questo fondamentale aspetto abbiamo sempre delle informazioni vaghe e approssimative.

Ordinary Bitter – Allo Edition

  • Ordinary Bitter – 3.8% / 9.4 °P
  • 72% efficiency – Boil Time: 60 min
  • Mash Water: 19.24 L – Sparge Water: 11.3 L
  • Pre-Boil Gravity: 1.033
  • Original Gravity: 1.038 – Final Gravity: 1.009
  • IBU (Tinseth): 30 – Color: 14.2 EBC

Mash

  • Temperature – 66 °C – 90 min

Malts (3.83 kg)

  • 3.6 kg (91.6%) – Thomas Fawcett Pale Malt, Golden Promise – Grain – 5.9 EBC
  • 230 g (5.9%) – Bairds Caramel/Crystal Malt – Grain – 148 EBC

Other (100 g)

  • 100 g (2.5%) – Briess Rice Hulls – Adjunct – 0 EBC

Hops (55 g)

  • 43 g (27 IBU) – East Kent Goldings (EKG) 5% – Boil – 60 min
  • 12 g (3 IBU) – East Kent Goldings (EKG) 5% – Boil – 10 min

Miscs

  • 7 ml – Lactic Acid 80% – Mash
  • 5 g – Irish Moss – Boil – 10 min

Yeast

  • 2 pkg – Fermentis S-04 SafAle English Ale

Fermentation

  • Primary – 16 °C – 3 days
  • Primary – 21 °C – 4 days

Cosa non mi piace di questa ricetta

Lungi da me il voler fare le pulci ad Allo di CANEDIGUERRA, di cui apprezzo moltissimo le produzioni compreso l’estetica, ma ci sono delle cose che francamente non ho apprezzato in questa ricetta.

  • Ammostamento: Novanta minuti di ammostamento mi sembrano un tempo decisamente esagerato! In molti casi, con un corretto PH e con malti freschi, un’ora di ammostamento è più che sufficiente, e addirittura si può arrivare a conversione anche in 40 minuti. In caso, se non si vogliono avere dubbi, l’amico iodio può essere sempre un affidabile test da fare.
  • Sempre sull’ammostamento: il monostep è un’ottima scelta, ma io ho preferito rimanere più basso, intorno ai 63-65, per evitare di avere una birra troppo dolciona in bocca. il Crystal scelto (presumo il 150 nel kit) ha delle evidenti note di toffee e caramello, che in combinazione con un’attenuazione bassa a mio avviso potrebbe diventare stucchevole.
  • Luppolatura: c’è poco da dire: luppolo fantastico per dosi e tempi da manuale. Nella ricetta non ho trovato specificati gli alfa-acidi: ho presunto i valori tipici intorno al 5% per arrivare ai 30 IBU richiesti.
  • Fermentazione: In ricetta si consiglia di inoculare il SafAle Fermentis S-04 a 19° per 7 giorni fino a fine attenuazione. Io ho preferito partire i primi 3 giorni a 16° per poi alzare gradualmente fino a 21° per cercare di contenere la famosa produzione di esteri e per permettere il riassorbimento del diacetile, due dei tanti talloni di Achille di questo lievito.
  • Efficienza: in queste ricette non si parla mai di efficienza dell’impianto, valori importantissimi, volubili e variabili da homebrewer a homebrewer. Come dicevo prima, in queste ricette risulta palese che viene preso come riferimento un impianto a tre tini con un efficienza finale che va dal 72 al 75%: una stima decisamente molto ottimistica. Sarebbe opportuno educare l’homebrewer che ha comprato il kit a ragionare in maniera consapevole sulla ricetta proposta. Io sarei curioso di sapere a quale target di homebrewer si rivolge il venditore quando vende un kit. Molto probabilmente, mia illazione, si tratta di un homebrewer occasionale, felice possessore di un All-In-One che ha cominciato da relativamente poco o che produce una volta ogni tanto e non ha ancora una consapevole gestione del proprio impianto. Perché le ricette non si rivolgono a queste persone? Nelle istruzioni è indicato come in caso di utilizzo di un All-In-One sia necessario aggiungere tutti i litri di acqua prevista tra mash e sparge e procedere all’ammostamento. Non funziona proprio così… E ho conosciuto molti homebrewer che hanno abbandonato l’hobby perché… questo kit fa cagare. Non è il kit a far cagare (o meglio non tutta la colpa viene da lì), ma è l’homebrewer che non ha capacità critiche per comprendere le istruzioni riportate in ricetta. Istruzioni più chiare e dettagliate mirate a target diversi potrebbero davvero fare la differenza.

Com’è andata la cotta?

Detto questo, passiamo alla parte bella del tutto: la cotta!

Ahhh… che bella cosa l’aerosol di malti e luppoli! Erano mesi che non respiravo così bene!

Per la maggior parte della serata non mi sono dovuto preoccupare di pesare le materie prime e richiudere e sigillare sotto vuoto, quindi ho avuto un sacco di tempo libero da dedicare alle pulizie e alla riorganizzazione delle materie prime e delle attrezzature, il resto è stato tutto tempo libero. Ricircolo in corso, buona musica di sottofondo, birretta in mano, sgabellino comodo, uno sguardo a YouTube e uno a Facebook… e la serata è finita presto. E senza mal di schiena.

Ogni tanto concedersi il lusso di un kit, quindi, è consigliabile, anche se si è homebrewer esperti, o nel mio caso, homebrewer rompicoglioni con la mania delle classifiche in cerca sempre di un pretesto per sbruffoneggiare dall’alto del pulpito.

E comunque…

https://www.youtube.com/watch?v=dF4pW0MvlCA

…Buona giornata nazionale dell’homebrewing, amici! Che la mia e la vostra passione continui per molto altro tempo ancora e non solo in questa occasione, che, diciamoci la verità: la gioia e il piacere di sedersi in una tavolata piene di persone a parlare di stronzate e cose serie accompagnando il tutto con un po’ di birra è semplicemente una gioia della vita.

Sempre e comunque dalla parte dell’homebrewing!

Salute!

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Tra dovere e piacere

Un po’ di post fa parlavo di tutti i buoni propositi, messi nero su bianco in maniera più o meno ordinata, per ripartire di slancio in una nuova stagione brassicola. Pensieri che aiutano prevalentemente me stesso, ragionare e razionalizzare, e per risparmiare qualcosa sugli acquisti delle materie prime necessarie per almeno 4 / 5 cotte, mettendo il tutto nella whishlist dei vari store on line.

Poi è un attimo che ci si fa prendere la voglia, in piena preda a voglie oniriche, e ci si ritrova a fantasticare su quanto sia bello l’hobby in questione con la leggera sensazione di essere immortali ed infiniti: farò questo… farò quello! Andrò qui… andrò la! Meglio questo lievito o questo fermentatore? Etc etc etc.

Noi homebrewers siamo persone strane: siamo puntigliosi, capricciosi, orgogliosi, testardi, meticolosi, intransigenti… Ma non basta: abbiamo altri mille difetti: a volte, abbiamo sulle spalle anche altre passioni, altry hobby, altre distrazioni.

A volte, abbiamo addirittura delle responsabilità: un lavoro, una famiglia, dei figli, delle scadenze… Tutte cose che paradossalmente arriviamo a considerare come distrazioni dal nostro bisogno incredibile di macinare malti, testare attrezzature, accumulare manuali, partecipare a eventi.

E capita che ogni tanto la Realtà si presenta con la sua bella mazza chiodata poggiata sulle spalle, fiera altezzosa e sicura di sé, e ti chiede di fare un sorriso.

me vs reality.

Certo… se poi la Realtà si limitasse a venire solo con la mazza chiodata, sarebbe solo che un bene.

No tengo dinero, oh oh

Sono circa due mesi, da inizio settembre scorso che ho completato e aggiornato la whishlist, ma ancora non ho messo in carrello. Grani, luppoli e lieviti per le nuove cotte giacciono in un limbo, in attesa di conoscere il proprio momento. Ed è da Agosto che non faccio una cotta, e come un cretino mi struggo tutte le volte che qualche collega homebrewer mostra foto del suo ultimo ammostamento. Le provviste di birra fatta in casa prodotta stanno per finire, e ho tante bottiglie vuote sugli scaffali in cantina che ormai quasi non ci entrano più e sono costretto addirittura a buttarle.

Ma la Realtà ha emesso il suo verdetto, attraverso mille voci e mille volti: il dentista ha emesso fattura; la scuola è ricominciata; in ufficio ci sono diversi progetti in scadenza che richiedono massima concentrazione e zero distrazione; le visite mediche sono sempre dietro l’angolo; i miei occhiali, dopo 11 anni di onorata carriera decidono di rompersi; le scarpe dei bimbi fanno la linguaccia; gli amici decidono di sposarsi; i fine settimana duran sempre troppo poco per fare tutto… e qualcosa deve essere sacrificato. E indovinate un po’ qual è l’agnello sacrificale? Non ci resta che cantare No tengo dinero (oh oh) No tengo dinero (Oh oh oh oh).

Vedo molti di voi fare su è giù col crapino. Siamo tutti nella stessa barca. Casomai fatemi sapere chi siete nei commenti e facciamo terapia di gruppo.

E quindi?

E quindi, niente. Indosso anche su queste pagine per un attimo i panni dell’essere adulto, e in maniera del tutto razionale e matura, mi arrendo all’evidenza, e rimando a tempi migliori. E do priorità alle bollette e alle spese impreviste. Alle fatture e alle mille altre spese.

E mi convinco che se tra una cotta e l’altra passa più tempo del previsto; se anche questo mese non posso fare l’ordine di materie prime; se non riesco ad andare ad Eurhop; se non riesco ancora a prendere gli ultimi pezzi per l’imbottigliamento in contropressione; se la riserva di birra fatta in casa è agli sgoccioli; se il tempo libero a disposizione è sempre molto poco… pazienza.

Ci vuole una gran pazienza. E tanto auto convincimento.

Cerco sempre di tenere a mente che l’homebrewing, in fondo, è solo un hobby. E come tale devo trattarlo. Con rilassatezza e senza quel senso di colpa pressante o la sensazione di usare risorse, tempo e soldi utili per cose più importanti.

In fondo, oltre l’appagamento personale e il miglioramento, non ho nulla da guadagnarci da questo hobby. Tutto quello che faccio e racconto su questo blog non è un lavoro, non mi genera introiti. Lo faccio volentieri, ma per pura passione e devozione verso la materia. So che molti homebrewers vendono sottobanco le proprie produzioni e ritengo la cosa molto pericolosa (e non solo solo io a pensarla così) ma questo è un altro discorso.

Tutto questo è un hobby, che da anni fa ago da bilancia tra dovere e piacere perennemente in cerca dell’equilibrio perfetto.

Si tratta solo di avere pazienza! Figuriamoci se smetto di fare birra in casa solo perché ho avuto più spese del previsto. So aspettare, e il momento giusto arriverà. E quando arriverà, sarò ancora più contento di farmi e bermi la mia birra fatta in casa.

E ora… sigla!

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Torniamo a parlare di IGA

Nell’ultimo mese, sono state veramente tante le persone, passate per caso su questo blog o sui vecchi podcast di CarBrewing (che ora trovate solo su youtube), che mi hanno chiesto consigli su come realizzare una IGA. Le statistiche degli ultimi due mesi parlano chiaro: i post in cui parlo di IGA hanno avuto un’impennata pazzesca di accessi e lettura che mi fanno capire che il tema è molto sentito anche da altri homebrewer.

Ho ricevuto davvero diversi contatti, e ammetto di esserne molto lusingato. Ma non dico così perché voglio fare quello che se la tira e che usa questa frase come pretesto per esprimere sempre lo stesso concetto come un disco rotto. I contatti sono veri, giurin giurello, e chi non ci crede è un caccapupù.

E quindi… torniamo a parlare di IGA.

Io sono sempre più convinto del fatto che in Italia, nell’ambiente brassicolo, non si parla abbastanza di Italian Grape Ale, eclettica bevanda su cui possiamo veramente esprimere il nostro estro, in maniera completamente scevra da storicismi o stili definiti oltreoceano. Mi rendo conto, purtroppo, che sono molte le persone di questo ambiente, tra cui numerosi colleghi homebrewer che snobbano ignobilmente le IGA, superando il tutto in maniera abbastanza lapidaria con “le iga a me mi fanno cagare“. Nonostante io tenda a mostrare rispetto verso le opinioni altrui, su questo non riesco ad essere indifferente. E poi “a me mi” non si dice.

Ma la situazione non è del tutto drammatica, e fortunatamente ci sono diversi esempi di IGA commerciali e ogni anno appaiono nuove produzioni sul mercato. Prodotti veramente ottimi e degni di nota, e ogni interpretazione ha delle caratteristiche completamente uniche, per quanto riguarda le uve scelte, il trattamento e la birra di base. E comunque rimangono IGA. Ognuna con la sua peculiarità.

Ci tengo a precisare che questo post non vuole essere una FAQ su come realizzare una IGA, visto che io sono semplicemente un homebrewer con zero competenze sia di enologia che di cervogialogia (esiste questo termine?).

Come dicevo all’inizio del post, voglio raccogliere qui le domande più frequenti che mi hanno posto e le risposte che ho provato a dare. Sicuramente non sono risposte accademiche o degne di nota. Ragioniamoci insieme nei commenti, son sicuro che la coscienza collettiva può solo che far bene.

Ho del mosto d’uva. E ora?

La domanda più ricorrente è stata proprio “Ho del mosto d’uva. Come posso farci una birra?“. La risposta più ovvia è: orzo maltato, luppolo, acqua e lievito, con somma pace del rainreinhetxreinheinegein… ehm… editto della purezza.

Ma prima di tutto occorre conoscere ed identificare le caratteristiche del mosto d’uva che si sta per usare. In buona sostanza, una IGA non è semplicemente la fusione di due mosti: serve creare, o prevedere il giusto equilibrio tra le due componenti, evitando che facciano a cazzotti, che si annullino a vicenda. La maggior parte delle persone che mi hanno scritto hanno ricevuto il mosto dalla vendemmia di qualche amico o parente con un implicito “te che giochi a fare la birra in casa… divertiti con questa“. E si sa che a caval donato non si guarda in bocca. Il mosto che uso io per fare la mia SQL, proviene da Gattinara, terra dell’omonimo vino, e che adoro per mille motivi. Ogni volta mi assicuro di conservare al fresco il mosto, in genere temperature da frigo posso essere sufficienti, o addirittura in freezer, per evitare che parta la fermentazione spontanea. Prelevo un campione per misurare la densità e mi segno i litri totali di mosto. Segno anche il PH e poi lo ripongo al fresco, in pratiche bottigliette da mezzo litro, fino alla data dell’utilizzo in cotta. Quel gran genio del mio amico, quello che con un cacciavite in mano fa miracoli e che ogni anno mi fornisce la preziosa materia prima che tanto mi piace tanto a me si preoccupa sempre sempre di riferire il PH e la densità. Questo valore è sempre in Gradi Babo ovviamente, perché nel mondo del vino il Babo è l’unità di misura di riferimento del contenuto zuccherino. Inutile dire che esistono on line decinaia e decinaia di convertitori da Grado Babo a Brix, o nel valore a noi homebrewer più familiare. Io uso questa tabella, molto comoda.

Quale stile di birra è più idoneo per una IGA?

E io che cazzo ne so? rispondo sempre, anche con un certo orgoglio.

Ma non pensate che io parta prevenuto. A questa domanda faccio rispondere a due persone di un certo livello che ne sanno decisamente più di me. Due personcine a modo, diciamo, e di riferimento per il nostro ambiente, uno a livello mondiale, e uno a livello nazionale.

Ecco cosa dice il signor BJCP in merito alle IGA: “A sometimes refreshing, sometimes more complex Italian ale characterized by different varieties of grapes”. Traduco: “Una birra a volte rinfrescante, a volte più complessa, caratterizzata da varietà differenti di uve”. Fine.

Ed ecco la risposta che ha dato il signor UnionBirrai, mio carissimo amico, sempre sulle IGA: “Birre chiare, ambrate e scure, alta o bassa fermentazione, da basso ad alto grado alcolico con uso di uva, mosto, vinacce, vino cotto di uve bianche o rosse”. E non contento, aggiunge, come stili di riferimento: “Nessuno stile specifico ma rientrano in questa categoria le birre realizzate con l’utilizzo di uve bianche o rosse (frutto, mosto d’uva fresco o cotto, vinacce)”. E basta, anche qui.

Tutto chiaro, no?

Non so voi… ma io non ci ho capito nulla. Informazioni più vaghe e fumose di queste non ce ne sono, e nessuno si azzardi a dire che i due Signori sopra citati non sappiano nulla sulla questione. E quindi? Per rispondere alla domanda credo che “E io che cazzo ne so?” possa ritenersi un’ottima sintesi su questa faccenda.

Io posso dire come e perché sono arrivato a partorire la ricetta della mia interpretazione di IGA, ma questo non vuol dire che sia un ragionamento logico universale, condiviso da altri homebrewer o mastri birrai. Per esempio, io non mi sognerei mai di usare malti scuri tostati in una IGA, ma ho assaggiato diverse produzioni di IGA scure. Ricordo, la CASSARMONICA di B94: un english barley wine con aggiunta di mosto cotto, e una volta ad un incontro tra homebrewer ho assaggiato una IGA Imperial Stout prodotta da non mi ricordo più chi. Ecco… se devo dire la mia, dosi massicce di malti tostati sono da evitare in una IGA e quindi escluderei tutti quesgli stili con EBC superiore a 30. Di conseguenza mi avvicinerei a tutti quegli stili con colori che vanno da chiaro al ramato, senza però che i malti speciali risaltino troppo.

Quale lievito usare per una IGA?

Anche qui è difficile dare una risposta in assoluto precisa e corretta. Tutto dipende da quello che si vuole ottenere, dalle caratteristiche delle uve e da tanti altri fattori. Sicuro serve un lievito che lavori bene in presenza di alcool perché tendenzialmente tutti gli zuccheri presenti nel mosto d’uva verrano letteralmente divorati e convertiti in alcool, anidride carbonica e sottoprodotti della fermentazione. E come non bastasse ci abbiamo messo anche degli altri tipi di zucchero che non sono completamente digeribili dai lieviti per birra. Sicuramente ci vuole un buon lievito in forma, consiglierei anche l’aggiunta di nutrienti per il lievito durante la fase di bollitura per evitare appunto di stressare troppo i nostri amati batteri, e per non farli arrivare del tutto spompati a fine corsa.

Due anni fa per la mia IGA ho usato un lievito da California Common; l’anno scorso ho cambiato completamente e ho usato due lieviti: uno da bassa fermentazione (dal mondo della birra) e uno per presa di spuma con fattore killer (dal mondo del vino). Il risultato migliore è stato raggiunto dalla seconda versione. Quest’anno addirittura sto meditando sull’usare solo lieviti enologici. Tutto sta a cercare di capire cosa si vuole ottenere, ma questo non lo può decidere nessuno se non l’esperienza diretta o collettiva. Insomma… bisogna provare, e poi trarre delle conclusioni. E poi riprovare.

Lieviti puliti, lieviti con produzioni di esteri, lieviti secchi, lieviti liquidi, lieviti convenzionali, lieviti non convenzionali… vanno tutti bene! Basta non fare le cose alla cazzo di cane. E non serve chissà quanta esperienza per capirlo: basta un minimo di dimestichezza e di esperienza.

Sulle IGA ci sono ancora praterie sconfinate su cui piantare bandiere. Altri stili non hanno questa fortuna. Approfittiamone!

Se ti mando una ricetta, me la correggi?

NO! Primo, perché non sono così fenomeno da capire cosa passa nella testa dell’homebrewer quando scrive una ricetta. Secondo, perché a meno di trovare errori evidentissimi, tipo un uso spropositato di malti speciali, altro non so dire.

Possiamo parlarne insieme, esattamente come succede sui forum, anche se mi rendo conto che on line il rischio di fraintendimento o perculamento è altissimo. Io non ho problemi a parlare di grist, mash design, luppolatura e fermentazione.

Lo farei tutti i giorni e per tutto il giorno. Ma alla fine, quello che dico è sempre e solo il mio punto di vista, secondo la mia esperienza. Confrontarsi così è molto bello, perché ogni volta imparo tantissimo: un paio di settimane fa, un homebrewer romano con cui ogni tanto mi scambio messaggi mi ha mandato la ricetta bozza della sua prima IGA con una base di Belgian Saison con luppolatura tutta in late con del Nelson Sauvin. Ecco, il Nelson Sauvin in una IGA, per quanto per certi versi prevedibile, per me è stata una vera rivelazione. Un tocco di genio, e spero vivamente di assaggiarla un domani. Ora magari arriva qualcuno a dire il contrario e che il Nelson Sauvin in una IGA è una stronzata immane. Parliamone nei commenti.

Un’altra domanda ricorrente è la percentuale di mosto da usare. Il signor BJCP, interpellato prima, parla di percentuali non superiori al 40%. Io di mio ho trovato il giusto equilibrio col 17%. Ma anche questo numerino è estremamente variabile a seconda del mosto base, sia di vino che di birra. Le uve che uso io, sepuur molto delicate, sono molto caratterizzanti e sono sicuro che il 40% sarebbe solo uno spreco assurdo di materie prime.

Se dovessi fare, un domani, una IGA con delle uve diverse da quelle che uso abitualmente, oltre ad una serie ragionata di assaggi, non mi sbilancerei oltre il 20% di mosto d’uva sul totale.

Posso fare una IGA senza passaggio in botte?

Qua faccio fatica ad essere diplomatico. Comprendo la moda del legno e delle birre elevate in botti, ma da qua a dire che le IGA per essere tali devono per forza farsi dei gran giri di tagadà in botte… anche no. Per come la vedo io, le IGA dovrebbero essere delle produzioni più vicine al modo produttivo della birra, e non del vino. Ma vallo a dire a Ca’ del Brado, o a Klanbarrique… come elevano loro le birre in botti in italia… pochi sono capaci. Ma loro sono professionisti, e noi dei semplici homebrewer: va bene non avere vincoli di sorta e limiti di fantasia, ma in casa il confine tra buonissimo e cagata pazzesca è veramente labile. I nostri fermentatori, in buona sostanza, vanno più che bene.

Qual è l’esempio commerciale di IGA più buono?

Quando vado in giro a bere, non riesco mai a resistere alla tentazione e assaggiare più esempi di IGA possibili. Purtroppo stiamo parlando di birre che hanno sempre un tenore alcolico dal moderato all’alto, motivo per cui o mi lascio andare a timidi assaggi, oppure faccio fatica a chiudere la serata. Ma solo quest’anno ho assaggiato diverse produzioni eccellenti.

Ecco quelle che ho adorato quest’anno e che consiglio (come al solito questo blog non gode di nessuna affiliazione o sponsorizzazione, quindi non rompete le palle se non cito birrifici blasonati o a me sconosciuti):

  • Opperbacco: Nature Uva Terraviva. Assaggiata a Rimini durante il beer attraction. che ve lo dico a fare…
  • Ca del brado: Carteria. La migliore in assoluto.
  • Klanbarrique: I’M. Spaventosamente beverina e buona.
  • Birra del Borgo: Equilibrista. Un classico intramontabile.

Se avete altri esempi commerciali da suggerire, lasciate un commento. Sono molto curioso.

Come calcolo l’aggiunta di mosto di uva su BrewFather?

Ma torniamo sul pianeta homebrewing. Brewfather non contempla la possibilità di aggiungere tra gli ingredienti, un liquido zuccherino. Lo stratagemma che uso io è quello di calcolare tramite la formula descritta in questo mio vecchio post (subito sotto la ricetta) la densità finale prevista partendo da litri totali e OG del mosto d’uva a disposizione. In stesura di ricetta, aggiungo poi i litri totali tra quelli previsti allo sparge, e tanto zucchero bianco da tavola quanto serve per arrivare a densità calcolata. Per il colore… mi dispiace ma alzo le mani.

Mi rendo conto che non è una soluzione pratica e comoda, ma altre non ne ho trovate. Anche qui, se avete qualche suggerimento, parliamone. O nei commenti o sulla pagina facebook del blog.

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One does not simply imbottiglia in contropressione

L’assoluta certezza che ho, circa l’hobby dell’homebrewing, è che non esistono certezze assolute. Ma proprio nessuna. Manco una che sia una.

A volte basta la lettura di un articolo, studiare un manuale, sfogliare una rivista, guardare un video per far cadere parte delle certezze che fino a quel momento sembravano incrollabili, assolute e fondamentali, senza nemmeno il tempo di dire: com’è stato possibile tutto questo?

La fase dell’imbottigliamento, per esempio, è da sempre ritenuta, da parte di tutti gli homebrewers, la fase più noiosa di tutto il processo produttivo. Per anni, per soddisfare il nostro ego brassicolo, abbiamo modificato impianti… cambiato pentole… aggiunto e rimosso pezzi… ottimizzato questo… cambiato quell’altro… ma arrivati all’imbottigliamento scatta la disperazione nei nostri occhi.

Ci sono stati casi in cui io stesso ho lasciato maturare birre nei fermentatori più del necessario, prevalentemente per pigrizia; e conosco persone che hanno usato l’alibi della lagerizzazione e fatto passare mesi pur di non prendere il coraggio a 4 mani e darsi da fare con bottiglie, sifoni e tappi. Tutto questo perché fondamentalmente la fase dell’imbottigliamento è sempre la solita noiosa solfa: si tratta di travasare la birra dal fermentatore in bottiglie, fare priming se necessario, e infine tappare. In maniera meccanica e ripetitiva continuare all’infinito, a meno che qualcuno prende iniziativa per farlo al posto tuo mentre ti occupi di tutt’altro, tipo giocare a Wizard Unite.

Ecco crollare l’ultimo baluardo di questo hobby, che permette di rivalutare, e addirittura far apprezzare, la noiosissima fase dell’imbottigliamento della propria birra fatta in casa. Incredibile!

E come rendere stimolante e divertente l’imbottigliamento?

Recentemente, molti homebrewers italiani si sono appassionati all’imbottigliamento (o infustamento) in contropressione, tecnica già consolidata da anni oltre oceano per i produttori casalighi di birra e che dai noi si sta pian piano affermando come valida alternativa al metodo “noioso”. La lista di chi in Italia imbottiglia le proprie birre in contropressione già da anni è lunga, ma recentemente si sta allungando ancora di più grazie a veri e propri fenomeni di isteria di massa, e grazie a homebrewer sgamati che sono riusciti a realizzare una buona sintesi su vantaggi e svantaggi di questa tecnica.

Lungi da me provare a scrivere pipponi incredibili su quelli che possono essere i pro e i contro della contropressione… è un argomento talmente tanto fresco per me che non farei altro che ripetere quello che da mesi viene già detto e scritto altrove.

Però posso provare a raccontare su questa pagina come ho deciso di muovermi e perché.

Comininciamo dai punti saldi su cui ho basato le scelte successive.

  • Non ho intenzione di cambiare i fermentatori quindi io dico NO alle fermentazioni in pressione (per ora).
  • Non ho intenzione di cambiare la camera di fermentazione.
  • Non ho intenzione di impazzire più di quello che già faccio appresso a leve, levette e levatacce, quindi dico NO alla lancia a tre vie che siamo abituati a vedere ormai dappertutto.
  • Non ho assolutamente intenzione di allungare nei limiti del possibile il tempo dedicato all’imbottigliamento. Da quando ho eliminato anche il travaso pre-imbottigliamento trasferendo la birra col sifone direttamente in bottiglia, in un paio di ore riesco a fare tutto. Sono ben consapevole i tempi si allungheranno, ma col tempo e l’esperienza potrei riuscire ad ottimizzare tutto il processo.
  • Voglio poter scegliere, anche all’ultimo secondo, nei limiti del possibile, se imbottigliare la birra in contropressione con carbonazione forzata o far rifermentare in bottiglia con priming.
  • L’attrezzatura non deve aumentare l’ingombro visto che gli spazi sono sempre gli stessi.

Compreso questo, ho cercato di ragionare e racimolare il minimo sindacale di attrezzatura prevista per un setup per imbottigliare in contropressione.

Consigli per gli acquisti: l’attrezzatura

Ecco una rapida carrellata del materiale che ho identificato come necessario per le mie esigenze.

Al momento che scrivo, non sono ancora in possesso di tutto quello che elenco, ma oh… datemi tempo.

Fustino “Cornelius Keg” da 19 litri (o 5 galloni americani)

Preso usato su internet. Sono abbastanza facili da trovare ma con un po’ di fortuna si trovano a prezzi veramente bassi. In caso di ripensamenti sulla contropressione, può essere facilmente convertito in un fermentatore di 19 litri di capienza, e visto che ultimamente ci sto prendendo gusto con i batch piccoli, trovo questo un acquisto molto furbo a prescindere dalla contropressione.

BlowTie Spunding Valve

Utile per tenere sotto controllo la fase di carbonazione forzata della birra nel cornelisu keg. Il Touch & Feel di questo aggeggio ricoda moltissimo le peggiori pubblicità della Mattel anni ’80 che tanto amavo studiare nei minimi dettagli da bambino.

Riduttore di pressione a due vie

Permette di gestire, a fronte di una sola bombola di CO2 un duplice flusso con regolazione differente. Ho preso questo perché in offerta con una differenza di prezzo veramente irrisoria rispetto ad un normale riduttore di pressione: volendo si può optare anche per quest’ultimo e si riesce lo stesso ad ottenere il risultato (non senza smanettamenti continui con le manopole del riduttore).

Ball Lock per gas e per liquidi

Quello grigio va usato per l’ingresso della CO2, quello nero va usato l’uscita della birra del cornelius keg. Impossibile sbagliare.

Beer Gun Pezzotta.

Ho preso una riproduzione maldestramente imitata della prima versione della BeerGun realizzata dalla Blinchmann. Si tratta di uno strumento a mio avviso molto versatile: una sorta di via di mezzo tra l’asta da travaso e la solita lancia a tre vie. La forma è quella di una pistola che si infila fino in fondo alla bottiglia, e ha dal lato opposto due ingressi: l’attacco in basso è previsto per la CO2 con un pulsante che pilota l’espulsione di CO2; l’altro ingresso gestisce il flusso di birra pilotato da un grilletto. In teoria si tratta di un sistema a prova di errore: o esce la birra o esce la CO2. Prima si spara anidride carbonica nella bottiglia e poi si spara la birra fino al collo, che aderendo alle pareti della bottiglia appena lavata con dello starsan dovrebbe produrre un bel cappello di schiuma a mo di protezione dall’ossigeno sui cui tappare col solito tappo a corona.

Bombola da 4 kg di anidride carbonica per uso alimentare.

L’ultimo tassello del puzzle, forse il più importante. Io ho scoperto che vicino casa c’è un fornitore di bolbole di CO2 per uso alimentare che effettua anche ricariche e cede bombole in comodato d’uso. Molti homebrewer dichiarano di trovarsi bene con quelle acquistate da un rivenditore su ebay che vende a prezzi abbastanza convenienti quelli che sembrano essere dei vecchi estintori modificati e carichi di anidride carbonica alimentare. In teoria, una bombola del genere, ottimizzando gli sprechi vari, dovrebbe bastare per 5-6 cotte.

Tubi, fascette e altre cose varie.

Vabbè…

Conclusioni.

Perché intraprendere questo viaggio? La risposta, banale e scontata, è per migliorare nell’hobby. La verità è che noi homebrewers dobbiamo sempre viziare il fanciullino che è in noi con giocattoli sempre nuovi e scintillanti.

E voi? Siete già passati al lato oscuro della contropressione?

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Se ne riparla a settembre

Battezzare il mese di settembre come punto di inizio della nuova stagione brassicola non mi è mai piaciuto. Non sopporto avere delle scadenze, e poi mi piace fare birra tutto l’anno quando mi pare e piace, e poi anche perché possono passare periodi in cui ho più voglia di produrre rispetto ad altri.

Sta di fatto, che nel nostro DNA ormai è insito il concetto anacronistico del “se ne riparla a settembre” che poi inevitabilmente anticipa il “se ne riparla a gennaio” e così via fino a Natale 2038. Una continua corsa in nome della santa dea della procrastinazione.

Ma ormai ci siamo! A settembre intendo, ed è tempo di provare a fare ordine mentale e ordini on line e di lasciarsi ispirare dal fantastico hobby dell’homebrewing e pianificare le cotte e in che modo cambiare o modificare l’impianto di produzione.

Sarà un anno session!

Durante la forzata pausa estiva ho pensato a quello che potrebbe il filo conduttore per la stagione brassicola che mi porterà al 2020 e in una sorta di lampo di genio ho pensato di dedicare questa stagione alle birre “piccole”.

Negli anni passati ho provato a concentrarmi sulle birre “ciccione”, quelle ad alta OG per conoscere e capire meglio i miei limiti e quelli della mia attrezzatura. Poi ho cominciato a sperimentare la comodità dei piccoli batch da 10-15 litri fino a farli diventare quasi una costante delle mie produzioni. Quest’anno voglio continuare a provare a fare piccoli batch con l’obiettivo di almeno una cotta al mese, cercando di riproporre delle birre storiche dell’Officina Briù in versione Session, ovvero con OG mai superiore a 1.042, con una stima plausibile di gradazione alcolica mai superiore ai 5 gradi.

La motivazione di questa scelta, condivisibile o meno, può essere riassunta dai seguenti punti, che nascono sia da esigenze prettamente pratiche che filosofiche:

  • Ottimizzazione dei costi delle materie prime: per fare una a bassa OG si usano molto meno materie prime ottenendo un notevole risparmio. qui ci vedo bene un bel #egraziealcazzo.
  • Le birre session sono facili da fare ma difficili da fare buone: l’alcool spesso può nascondere difettini & difettucci nati in fase di produzione e fermentazione, ma in una birra con bassa OG fatta bene, senza puzzette indesiderate è un ottimo biglietto da visita per l’homebrewer che l’ha prodotta. E mi sa che pure qui ci scappa un altro #egraziealcazzo.

…e quindi passiamo dalla teoria alla pratica.

Idee per le cotte future.

Proviamo un po’ a ragionare su quelle che possono essere le prossime birre da fare.

Nei giorni scorsi, proprio in funzione di quanto scritto poche righe qui sopra, mi son chiesto su quali birre vale la pena provare a incaponirsi, almeno da qui a dicembre. Per il momento mi sono venute in mente 4 idee che meritano ancora di essere sviluppate in ricette.

Smash India Pale Lager

E via con una nuova bassa fermentazione, e via di nuovo col fast lager, e via di nuovo con il dry hop selvaggio. L’idea è quella di fare una birra dolcemente complicata: una smash di solo malto pilsner e con solo chinook in luppolatura e in dry hop puntando non solo alla facilità di bevuta, ma anche alla pulizia nel bicchiere. OG prevista 1.042… ovviamente.

Extra Brut Iga Again

In autunno non posso non fare la mia IGA. Con la versione dell’anno scorso, a mio avviso, ho raggiunto la quadra del cerchio: l’esperimento è riuscito molto bene, e voglio provare a replicare la stessa identica ricetta della mia SQL cercando solo di correggere il tiro per quanto riguarda la carbonazione osando un po’ di più e magari produrre più litri. Non si tratta di una birra session… ma chi se ne frega!

Birra alla patata

Ogni tanto mi viene voglia di provare a fare le cose strane, un po’ per provare, un po’ perché dopo un po’ ci si rompe le palle a fare sempre le stesse cose. Pensavo quindi di riprendere il gruit project e modificarlo con l’aggiunta della dolcissima patata dolce a pasta gialla bolognese. Ho un sacco di appunti sparsi su come gestire al meglio il famigerato tubero, e sono parecchi mesi che ci penso. Credo quindi che sia arrivato il momento giusto per mettermi alla prova. Ebbene sì, anche qui 1.042 di OG.

Fast sour beer

Pochi mesi fa ho letto sul blog di Antonio Condor Golia della sua personale coltura kveik per produrre una birra sour. Condor è una persona molto disponibile, gentile e paziente, sopratutto coi rompiscatole come me, e mi ha inviato un campione della sua selezione di lieviti kveik richiesti direttamente sul gruppo facebook gestito da lui stesso.

Modifichiamo l’impianto(?)

Ma non è finità qui, ovviamente. Dopo tutto questo tempo, sento il bisogno di modificare, o meglio, fare a mia immagine e somiglianza, parte del processo di birrificazione casalinga, sia per il mero piacere e sia per il gusto di migliorare sempre e comunque, o per lo meno, adattare il più possibile l’ambiente circostante alle mie esigenze.

Molto probabilmente farò una modifica alla mia pentola elettrica da 30 litri eliminando il controller nativo, che detto per inciso e senza inutili francesismi, fa cagare sangue. L’idea è di sostituirlo con un più versatile AxHTherm per gestire l’alimentazione direttamente da tablet o telefono. Ormai sono anni che lavoro in maniera in modalità semi-manuale, e conosco molto bene l’inerzia termica della mia pentola di mash, e nonostante le mille cose da fare e da tenere sotto controllo durante la cotta riesco sempre a trovare un momento per controllare l’andamento dell’ammostamento, ma avere un secondo cervello a disposizione che pensa al posto tuo, fa sempre comodo.

Inoltre il nuovo anno brassicolo porterà interessanti novità per migliorare, almeno nelle intenzioni principali, la parte più noiosa del processo di birrificazione casalinga: l’imbottigliamento.

Ormai sono anni che dico che gli homebrewers sono animali sociali, che attraverso internet si aggregano per fare gruppo, discutere, fare nuove amicizie e crescere, a livello tecnico, insieme. Non si tratta di una prerogativa esclusiva dell’homebrewing, ovviamente: tutti gli hobbisti di qualsiasi cosa si possono riconoscere in questa descrizione. E nei vari gruppi on-line che frequento, una delle parole magiche che fin’ora ha contraddistinto questo 2019 brassicolo italiano è sicuramente “contropressione”. Il tabù, se così si può dire, è stato sdoganato, e adesso possibile avere in casa un setup per l’imbottigliamento in contropressione con una spesa tutto sommato che è possibile definire accettabile, e si sente parlare di contropressione dappertutto e in tutti i modi, nella maniera più complessa o semplice possibile.

In tutto questo, l’amico Davide Shockwave82 Cantoni, homebrewer dai mille talenti, si sta eleggendo a portavoce di questa tecnica modaiola (perché a tutti gli effetti è una moda) e insieme a Maurizio Romiti, Luca Cottini e altri guru dispensano perle di saggezza, video, tutorial, consigli e modi per svuotare tasche, attraverso un gruppo facebook completamente dedicato all’argomento. E anche io non ho saputo resistere al richiamo delle sirene…

Ho avuto il piacere di conoscere Maurizio Romiti di persona e di bere una birretta insieme a lui seduti direttamente ai tavolini del Fuori Stile, un locale fichissimo a Riva del Garda, e nonostante il poco tempo passato insieme a parlare di figli, vacanze e a margine anche di homebrewing, ho capito di avere di fronte una persona molto gentile, modesta ai limiti dell’umiltà e con una grande passione per l’hobby comune. E anche di questo ringrazio questo hobby strampalato.

Contropressione sì, ma a modo mio.

In tutte le cose è opportuno, oltre lo studio, essere malleabili e capaci di trovare un punto di incontro tra la tecnica e se stessi.

Per quel che mi riguarda, ho capito che tra la contropressione (intesa come processo di imbottigliamento in assenza di ossigeno e con carbonazione forzata) e la mia officina il miglior compromesso sia imbottigliare usando la beer gun.

Sento già salire l’obiezione “eh… ma così non è contropressione!”, e chi lo dice e lo pensa ha perfettamente ragione. Ma come ho appena detto, il miglior compromesso per la mia situazione è, a conti fatti, questo. Ciò non toglie che con i dovuti e minimi accorgimenti si può restare comunque fedeli alla linea nonostante le divergenze della base. Conto comunque di documentare tutto su queste pagine.

…e l’esame BJCP?

Come se non bastasse, in tutto questo vorrei trovare il tempo per continuare a studiare e arrivare preparato al Beer tasting Exam che, se continuo a rimanere dell’idea di voler fare in Italia, non potrò provare prima dell’ottobre 2020 (sempre nella speranza che MoBI confermi questa informazione e se nel frattempo non cambi qualcosa). E incrociamo le dita.

Last but not least

Visto che a forza di sentirmelo dire, me ne sono convinto anche io, considero questo settembre anche come punto di partenza per prendermi un po’ cura del mio corpo e buttare giù tutti quei millemila chili presi negli ultimi due anni, vuoi per stress, vuoi per noia, vuoi per distrazione. Da inizio mese sto monitornando costantemente le calorie ingurgitate e ho ridotto drasticamente, se non eliminato del tutto, dai pasti tutte quelle cose buone che inevitabilmente non ti fanno più entrare nella mitica taglia 30 dei miei adorati jeans Levi’s® 501®. Si tratta dicuramente di un obiettivo a lungo termine, diciamo entro la primavera del 2020. Non è la prima volta che mi pongo una sfida del genere, e in passato sono sempre riuscito facilmente nell’impresa.

Diciamoci la verità: avere la panza fa proprio schifo.

TL;DR

  • Sarà una stagione all’insegna delle birre session;
  • Sarà una stagione all’insegna delle birre imbottigliate in contropressione (ma con la beer gun).
  • Sarà una stagione all’insegna della dieta MDM, ovvero magna de meno.
  • Settembre è già quasi finito.
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Brew like a Monkey

[Attenzione: questo post parlerà poco di birra fatta in casa e molto di scimmia.]

The Monkey is not amused.

Siamo in agosto, le temperature stanno tornando intorno ai range ragionevoli per garantire l’esistenza del primate ostelinus sulla terra. Con la famiglia in vacanza, posso finalmente dedicarmi anima e corpo alla produzione casalingo-brassicola, ispirato dal fatto che a settembre, cioè tra pochi giorni, è prevista una tappa del campionato MoBi tutta dedicata alle birre fatte in casa di ispirazione belga. Non credo di riuscire ad avere la birra pronta per quella data, avrei dovuto sicuramente anticipare la data della cotta, ma vedo se riesco comunque a farcela.

So che diventerò molto impopolare per quello che sto per dire: non amo molto le birre belghe per diversi motivi:

  • Sono birre complicate e difficili da fare bene in casa;
  • Sono birre tipicamente dal tenore alcolico spiccato, mentre io preferisco bere birre più leggere. Ci sono ovviamente stili che fanno eccezione, come le blanche, ma che me ne guardo bene dal produrre in casa;
  • Sono birre, anche nelle versioni più contenute, ricche di esteri, e tra le puzzette delle belghe e la mia puzzetta sotto il naso… ho fatto la mia scelta.

Questo ovviamente non vuol dire che le birre di ispirazione belga non sono birre degne di tal nome. Come già detto, sono birre complicate e difficili da fare in casa. Tutto questo per dire che fondamentalmente, io non sono capace.

E quindi perché non fare una dubbel?

E quindi lunedì 19 agosto, nel pomeriggio, ne ho approfittato per fare una birra belga. Una dubbel per la precisione. E complimenti vivissimi alla coerenza. E grazie.

Avendo ancora diverse materie prime a disposizione ho cercato di dare fondo a tutti i malti base più parte dei diversi malti speciali, luppoli e lieviti ancora in cantina.

E così mentre la pentola scaldava l’acqua, ho rovistato in maniera molto scimmiesca quello che c’era nei cassetti e messo giù una ricetta con Brewfather per circa 11 litri. Nonostante abbia disperatamente provato il più possibile a rientrare nei parametri previsti dallo stile, vista la mia innata capacità di seguire le regole, ho esagerato anche questa volta. Esattamente come una scimmia.

Monkey Dubbel – la ricetta

  • Belgian Dubbel
  • 5.9% / 14.4 °P
  • 61% efficiency
  • Batch Volume: 10 L
  • Boil Time: 60 min
  • Mash Water: 15.5 L
  • Total Water: 15.5 L
  • Boil Volume: 13.42 L
  • Pre-Boil Gravity: 1.039

Vitals

  • Original Gravity: 1.059
  • Final Gravity: 1.014
  • IBU: 19
  • Color: 52.5 EBC

Mash

  • Temperature – 68 °C50 min

Malts (2.6 kg)

  • 1.9 kg (63.3%) – DURST MALZ Pilsner – Grain
  • 500 g (16.7%) – BestMalz Wheat Malt – Grain
  • 200 g (6.7%) – BestMalz Acidulated

Other (400 g)

  • 300 g (10%) – Candi Sugar, Dark – Sugar – 425 EBC
  • 100 g (3.3%) – Briess Rice Hulls – Adjunct – 0 EBC

Hops (35 g)

  • 5 g (5 IBU) – Saaz 3.75% – Boil – 60 min
  • 10 g (6 IBU) – Saaz 3.75% – Boil – 20 min
  • 20 g (8 IBU) – Saaz 3.75% – Boil – 10 min

Miscs

  • 5 g – Irish Moss – Boil10 min

Yeast

  • 4 pkg – Fermentis BE-256 Safebrew Abbey Ale

Fermentation

  • Primary – 18 °C4 days
  • Primary – 20 °C6 days

Com’è andata la cotta?

monkey see, monkey do

L’obiettivo per tutta la durata della cotta è stato uno e uno soltanto: fare tutto all’insegna del “e a me che cazzo me ne frega a me“. L’immancabile Biondo, fedele compagno di avventure dell’Officina Briù ha questa volta svolto l’egregio compito di coscienza:

Perché hai fatto 50 minuti di mash? Me so sbagliato.
Perché non fai sparge? Non mi va.
Hai misurato PH? Ho messo acidulated.
E non misuri PH? Brewfather dice che è a 5.5.
E non controlli? No.
Hai misurato densità preboil? No.
Hai pesato i luppoli? A occhio.
E perché? Perché a me che cazzo me ne frega a me!!

moderno Pinocchio

Ma non siamo rimasti tutto il tempo con le mani in mano: durante i tempi morti della cotta ne abbiamo approfittato per guardare e commentare i video che Davide Cantoni ha caricato sul suo nuovissimo canale YouTube RovidBeer, dove con ammirazione misto a raccapriccio siamo giunti alla comune conclusione che l’homebrewing è veramente un hobby pessimo, ma di cui non possiamo più fare a meno.
Quando sale la scimmia… è difficile controllarsi.

A fine raffreddamento ho spostato il mosto in fermentatore e ho inoculato parecchio be-256 per tentare una fermentazione in over pitching.

Infine ho impostato l’AxHTherm per mantenere la temperatura fissa sui 18°C e siccome erano le circa le 21:00 ho pensato bene di lasciare l’Officina nel completo casino, farmi una doccia e andare a bere qualcosa insieme al Biondo, il mio avvocato, e passare il resto del tempo ad insultarci a vicenda.
Oh guarda… che cosa c’è dietro di te! Una scimmia a tre teste!

TL;DR

  • Ogni tanto faccio le cotte alla cazzo di cane.
  • Stavolta è toccata ad una dubbel
  • La ricetta è un accozzaglia raffazzonata di avanzi e giacenze
  • Conosco un sacco di scimmie
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Fare birra in casa nel 2019 è un hobby conveniente?

[Ecco una nuova traduzione di un articolo di cui condivido la stra grande maggioranza delle cose, e quelle che non condivido in toto mi hanno dato comunque spazio per una riflessione personale. Ci sono dei passaggi che ho saltato per sostituirli con contesti più vicini al nostro Paese, ma il senso dell’articolo è pressocché intatto.
La fonte originale è https://drhansbrewery.com/is-homebrewing-worth-it/
Buona lettura e buone vacanze]

La convenienza dell’homebrewing è una materia molto soggettiva e dipende principalmente dal perché si sceglie di fare birra in casa. In questo articolo si cerca di analizzare i pro e i contro del prodursi da soli della birra in casa, e agli aspetti da considerare per chi sta ponderando l’idea di iniziare a farlo.

La birra fatta in casa ha un ché di magico e mistico.

La prima bottiglia di birra fatta in casa ha in sé qualcosa di magico. Io credo che tutti gli homebrewer hanno ben stampato in mente il ricordo della loro prima birra fatta in casa. Molto probabilmente si tratta di una bottiglia di vetro messa a maturare per un po’ per la naturale rifermentazione in bottiglia. E dal giorno della cotta, probabilmente sono passate almeno due o tre settimane prima del primo assaggio. Se sei un homebrewer, sai di cosa sto parlando: scommetto che sei andati a controllare tutti i giorni le bottiglie per studiare ogni minimo cambiamento visibile ad occhio nudo, come il sedimento naturale sul fondo della bottiglia. Probabilmente hai anche realizzato delle etichette apposta e hai dato un nome molto fico alla tua birra. Ebbene sì, noi homebrewer facciamo anche questo: diamo tutti un nome alle nostre birre.

Le etichette sono belle!

Realizzare le proprie etichette è divertente e fa molta scena quando si da la birra a parenti ed amici. Per realizzarle non serve per forza essere esperti di Photoshop. Io consiglio Beer labelizer che in maniera molto semplice ed intuitiva e online permette di realizzare semplici etichette. In alternatica c’è Pixlr, anche questo gratis ed online.

Conviene nel 2019 farsi la birra in casa quando c’è una vasta scelta di birre artigianali tra cui scegliere?

Tutto dipende dal perché avete deciso, pensato ed iniziato a fare birra in casa. Conviene farsi il pane in casa? Conviene fare in casa qualsiasi cosa quando puoi comprarla già fatta? Fare birra in casa è un processo lungo, noioso e ci vuole un sacco di lavoro. Ma è un hobby gratificante che ti rende euforico quando dopo tutto esce una grande birra.

Ma nei negozi è possibile comprare birra artigianale notevole.

Sì, in alcuni casi è possibile comprare buona birra artgianale nel supermercato sotto casa. Ma non sempre e non in tutti i supermercati. Molte bottiglie sono così vecchie quando le compri in negozio che non assomigliano minimamente alla loro versione al top. Si tratta di un problema senza soluzione, fintanto che i supermercati non tratteranno birra e vino con lo stesso trattamento riservato al cibo. Sul cibo si effettuano controlli quotidiani; viaggia per il mondo senza che venga mai interrotta la catena del freddo. I birrifici si impegnano tanto a produrre della buona birra artigianale, ma poi capita che questa venga lasciata per mesi in balia di esposizione diretta al sole, temperature non idonee o riposta sugli scaffali del negozio in maniera non idonea. Farsi la birra in casa ti permette di decidere quando è il momento giusto per bere una birra. E puoi sempre scegliere che birra avere.

La birra fatta in casa ha un ché di magico.

La fermentazione, che trasforma il mosto in birra, è un processo magico ed affascinante. Ed è così da sempre, almeno da 5000 anni a questa parte, da quando l’uomo ha cominciato a fare birra usando l’orzo. Di fatto, la birra è la bevanda più antica prodotta dall’uomo. Il mosto è la birra prima che vi sia stato aggiunto il lievito: una bevanda molto dolce, molto simile ad un thé dolcissimo. Una volta non si sapeva come mai il mosto si traformasse in birra questa trasformazione veniva considerato un intervento divino.

Il mistero della fermentazione della birra è stato svelato.

L’editto della purezza per la produzione della birra, firmato da Guigliemo IV di Baviera, dopo la prima versione del 1516 ha subito un aggiornamento nel 1857. Prima della modifica, gli ingredienti contemplati per fare la birra erano solo acqua, orzo e luppolo. In seguito è stato scoperto il lievito e il suo ruolo fondamentale per la realizzazione della birra, e quindi è stato aggiunto tra gli ingredienti contemplati dall’editto della purezza. Grazie a Louise Pasteur la magia che sta intorno alla fermentazione è stata rivelata. Ma questo non modifica di una virgola la bella sensazione di veder qualcosa diventarne un’altra completamente differente. Come una crisalide che diventa farfalla, il mosto si trasforma in birra. E perché avvenga è necessario un’attesa, che mio avviso, rende interessante tutto il processo della birrificazione casalinga. Fare e bere la birra lo stesso giorno non renderebbe il tutto così interessante e magico.

La birra fatta in casa merita il nostro rispetto.

Quando qualche amico homebrewer mi spedisce una birra non mi do pace finché le bottiglie non sono in frigo al fresco e non chissà come all’ufficio postale. Il lavoro che sta dietro la produzione di una birra merita rispetto. E il rispetto è necessario per avere una birra al top. Lo capisce chiunque abitualmente compra della birra artigianale. Personalmente ritengo che l’amore per la birra non basta per ritenersi un grande homebrewer. Bisogna essere innamorati del processo di produzione in tutti i suoi aspetti. E anche questo è un motivo valido per fare birra in casa. La prima pinta di ogni cotta è un momento che regala sempre grandi emozioni.

Quanto tempo ci vuole per fare birra in casa?

Questo ovviamente dipende molto da cosa usate, e come, per fare birra in casa. Esistono molteplici stili di birra e molte metodologie di produzione. Generalmente, quando si inizia a fare birra in casa ci viene detto di aspettare due o tre settimane prima di stappare la prima bottiglia.

Fare birra in casa è difficile?

No. Non è difficile, se riesci a far bollire l’acqua e mantenere l’attrezzatura pulita. Detto questo, esistono modi molto complicati per fare birra in casa. E anche questi sono buoni motivi per farsi in casa la birra. E come tutti gli hobby, anche l’homebrewing non ha bisogno di cifre folli per iniziare.

Fare birra in casa è illegale?

Questo dipende dallo stato in cui sei. In italia, per esempio è legale farsi birra in casa senza trarne profitto: è tutto scritto nell’articolo 34 (Testo unico delle accise), comma 3 del Decreto Legislativo n. 504 del 26/10/95.
La fermentazione è un processo naturale presente in natura da sempre, è un po’ difficile proibirla.

La distillazione è un’altra cosa!

La distillazione casalinga non c’entra niente con la produzione di birra, e si tratta di una pratica illegale. In molti paesi è legale farsi la birra in casa, il vino, sidro e altri fermentati per il proprio consumo. Non è legale vendere birra o vino fatti in casa, mentre invece è possibile regalarla ad amici, conoscenti o parenti. Ma siccome siamo in Italia… sappiamo benissimo come funziona, purtroppo.

La birra fatta in casa è pericolosa da bere?

Fare birra in casa non è pericoloso ed è assolutamente sicura. In passato era preferibile bere birra piuttosto che l’acqua perché ritenuta più sicura, per il processo di bollitura che precede la fermentazione. Ma la pulizia è un fattore importantissimo e non farei mai una birra in un’ambiente sporco o non idoneo (nei limiti del possibile). la distillazione, invece è pericolosa. La peggior cosa che vi può capitare con la birra fatta in casa è di fare una birra cattiva, o diversa da come sarebbe dovuta essere secondo la vostra idea. Di sicuro non ci si ammala bevendo una birra fatta in casa. Ma è comunque una bevanda alcolica, quindi bevete sempre con moderazione.

Facendo birra in casa si risparmia?

Il risparmio è sempre una valutazione soggettiva. Dipende da quanto tempo siete disposti ad impiegare per l’hobby, dal valore che il tempo ha per voi, dalla tecnica per brassare scelta e dal tipo di birra che vorreste realizzare. Per esempio, le materie prime da usare per fare birra in all-grain costano molto poco, ma per fare una birra con questa tecnica ci vogliono dale 4 alle 8 ore. E non è tutto. Poi c’è la fermentazione. La tecnica E+G, invece, richiede meno tempo, ma le materie prime costano di più. E per produrre birre con tanto luppolo, come le American IPA, si arriva a spendere molto di più di una lager. E stiamo parlando solo di materie prime. Il risparmio nel fare birra in casa è evidente. Anche il tempo pesa sul costo finale: per fare 4 litri di birra o per farne 23 ci vuole lo stesso tempo, ma almeno ci vuole meno tempo per imbottigliare! La pulizia dell’attrezzatura e la preparazione della cotta invece sono tempi fissi. Molti homebrewer preferiscono infustare la birra nei keg anche per risparmiare tempo e in parte anche soldi.

La maggior parte degli hobby fanno spendere piuttosto che risparmiare, ma è soggettivo

Come tutti gli hobby, si spende più di quello che si risparmia, perché c’è sempre il nuovo aggeggio scintillante da comprare. Secondo me, risparmiare soldi non dovrebbe essere la molla per iniziare a fare birra in casa. Ma è una decisione soggettiva. Per capire se si tratta di un hobby conveniente, si deve provare il processo di produzione.

Tutte le attrezzature di cui hai bisogno per spendere i tuoi soldi?

Se non sei il tipo di persona a cui piace avere il nuovo giocattolino appena uscito, fare birra in casa ti permetterà di risparmiare parecchio denaro. Se invece sei anche tu, come la maggior parte degli homebrewer, alla ricerca dell’upgrade continuo dell’attrezzatura, nel lungo tempo ti troveresti a spendere più di quello che risparmi. Ma l’homebrewing è un hobby, e non un gara al risparmio. In ogni caso, fare birra in casa per risparmiare soldi è possibile, ma non si risparmia poi chissà quanto. Povate a comprare la birra più economica per fare un confronto. Ma ogni zona ha la sua storia. Lasciate un commento qui sotto e proviamo a parlarne.

Qual è la spesa iniziale per farsi la birra in casa?

Iniziare non costa molto, e si potrebbe addirittura non spendere nulla. Si possono fare piccoli batch in cucina. Ovviamente le materie prime vanno acquistate. Secondo me è necessaria una piccola spesa iniziale per un kit di fermentazione per rendere le cose più semplici, anche se siete persone portate al fai date in ogni occasione. Se poi sale la scimmia, e probabilmente lo farà, allora sarà un attimo spendere soldi per arricchire l’attrezzatura base. Oppure, per mero diventimento, continunare a fare piccole cotte in cucina per un altro po’.

Come muovere i primi passi nell’homebrewing?

Fare birra in casa non è difficile, basta iniziare a farla e il salto è già fatto. E poi ci sono molti forum, blog, canali YouTube etc da cui imparare. Come questo blog per esempio. Per iniziare basta un kit di fermentazione già bello e pronto. Da quel punto in poi sarà tutto in discesa.

Lasciate perdere le latte di malto amaricato!

Per iniziare esistono anche dei kit di attrezzatura pronti per fare birra in E+G, che fanno apprendere meglio l’uso delle materie prime e i passaggi per realizzare una birra. Lasciate perdere i malti amaricati, mio personale consiglio. Tutto quello che serve è un po’ di malti speciali, dell’estratto di malto secco, luppolo e lievito. I venditori on line di solito inseriscono anche dettagliate istruzioni su come usare le materie prime acquistate, soprattutto nei kit già pronti. E fare birra così è sicuramente più gratificante e genuino del malto amaricato.

Tipici errori da principiante quando si fa birra in casa.

I grani, se non lo sono già, vanno macinati. In assenza del mulino, si può usare anche un mattarello, o un macina caffè. E’ sufficiente rompere i chicchi senza sfarinare troppo. E’ consigliato avere una sacca per mettere i grani in infusione. Io ogni volta devo assaggiare il malto, esattamente come feci la prima volta durante la prima cotta. E dopo tutta l’attesa, stappare la prima bottiglia regala sempre grande soddisfazione che non è possibile provare versando un bicchiere di una birra che avete comprato. Quella sensazione magica che provato la prima volta che ho stappato la prima bottiglia in assoluto della mia prima produzione, che già allora mi incantò.

Fare birra in casa puzza?

Sì, ci sono dei passaggi del processo di produzione che fanno un po’ puzza, in particolare il mash, la bollitura e la fermentazione. Per molti di noi, questi odori sono parte integrante dell’hobby, per altri sono puzzette.

Ma insomma? Nel 2019 l’homebrewing è un hobby conveniente sì o no?

Per me conviene… eccome se conviene! E grazie all’homebrewing ho fatto un sacco di amicizie più o meno in tutto lo stivale. E anche questa è cosa buona e giusta.

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Una session in compagnia

Un’altra birra che ho fatto e che non farò mai più è la session IPA. Per essere pignoli una Session Rye IPA. E per essere ancora più precisi, una Session Rye IPA da dividere con un altro homebrewer. Ricordo tutto come fosse il mese scorso (e infatti era il mese scorso).

Ma facciamo un passo indietro…

Quando ci si espone, tramite blog o podcast, possono succedere due cose:

  • puoi ricevere critiche per tutto quello che fai o dici: e ci sta;
  • puoi ricevere apprezzamenti vari: e pure questo ci sta.

Quando a suo tempo decisi di far nascere questo blog e il Carbrewing Podcast ero ben cosciente che sarei andato inevitabilmente incontro alle critiche e agli apprezzamenti. Fortunatamente non è successo niente di tutto questo: obiettivo raggiunto.

Per la cronaca, su consiglio e spinta di altri ho riattivato i commenti sui post e ho aperto una pagina facebook dedicata a questo blog. Quindi dateci sotto. tanto è tutto moderato.

Mi è capitato però di conoscere persone nuove. Checché se ne dica, gli homebrewers sono animali sociali che tendono a fare gruppo: questo è sempre positivo. A prova di ciò, a marzo scorso ho conosciuto Gabriele, un homebrewer che abita nella mia zona, e dopo un po’ di scambi di esperienze e di incontri a suon di nostre birre abbiamo iniziato a fantasticare sulla possibilità di fare una birra insieme. Non ricordo bene quanto tempo ci abbiamo messo per decidere almeno lo stile di riferimento e alla fine abbiamo messo un punto su una Session Rye IPA.

Io in passato ho abbondantemente fatto uso di segale, e nonostante tutto non ho ancora imparato la lezione. E… oops I did it again.

Briù Plus Plus Session Rye IPA edition – la ricetta

  • 3.8% / 9.1 °P
  • 72% efficiency
  • Batch Volume: 21 L
  • Boil Time: 60 min
  • Pre-Boil Gravity: 1.032

Vitals

  • Original Gravity: 1.036
  • Final Gravity: 1.007
  • IBU (Tinseth): 54
  • Color: 15.6 EBC

Mash

  • Temperature – 65 °C – 60 min

Malts (3.3 kg)

  • 2 kg (57.1%) – Thomas Fawcett Pale Malt, Maris Otter – Grain – 5.9 EBC
  • 1 kg (28.6%) – BestMalz Rye Malt – Grain – 6.5 EBC
  • 200 g (5.7%) – Warminster Crystal 150 – Grain – 165 EBC
  • 100 g (2.9%) – BestMalz Aromatic – Grain – 65 EBC

Other (200 g)

  • 200 g (5.7%) – Briess Rice Hulls – Adjunct – 0 EBC

Hops (110 g)

  • 10 g (19 IBU) – Columbus (Tomahawk) 14% – Boil – 60 min
  • 10 g (6 IBU) – Cascade 8% – Boil – 15 min
  • 10 g (9 IBU) – Simcoe 12.4% – Boil – 15 min
  • 20 g (8 IBU) – Cascade 8% – Boil – 10 min
  • 20 g (12 IBU) – Simcoe 12.4% – Boil – 10 min
  • 20 g – Cascade 8% – Boil – 0 min
  • 20 g – Simcoe 12.4% – Boil – 0 min

Miscs

  • 7 ml – Lactic Acid 80% – Mash
  • 8 g – Irish Moss – Boil – 10 min
  • 40 g – Orange Peel, Bitter – Boil – 5 min

Yeast

  • 2 pkg – Fermentis US-05 Safale American

Fermentation

  • Primary – 16 °C – 10 days
  • Carbonation: 2.4 CO2-vol

L’obiettivo, ovviamente era dividerci i litri finali, dieci a testa, e provare addirittura due dry hop diversi: io con Cascade e lui con Simcoe. E poi scambiarsi le bottiglie.

Com’è andata la cotta?

io, il Biondo, Gabriele e la bacinella.

La cotta è andata abbastanza liscia. Oltre il caldo asfissiante, gli spazi stretti e il fastidio in genere, ci si è messo di mezzo anche il Matteo il Biondo a rompere il cazzo durante la cotta, come se uno non avesse già abbastanza pensieri. Ormai Matteo è una costante dell’Officina Briù. E non so se è un bene… Ma torniamo alla cotta.
Nonostante la presenza massiccia di segale, non ci sono stati particolari problemi di filtrazione, ma il mosto in bollitura è risultato parecchio sporco: di solito io macino un pelino oltre e la segale si è praticamente sfarinata e la lolla ha sì aiutato la filtrazione ma da sola non può fare miracoli. Abbiamo provato a fare un generoso e turbinoso whirpool dopo la fase di raffreddamento, e durante l’attesa per la formazione della torta ne abbbiamo approfittato per mangiare un’ottima pizza di Storie Dipinte. Alla fine io ero distrutto. Io non capisco come fanno quelli che a fine cotta sono freschi come una rosa.

Con Gabriele ci siamo poi divisi equamente i circa 21 litri finali. Abbiamo deciso entrambi di usare lo stesso lievito: il fantomatico secco US-05 della fermentis. Ho impostato la fermentazione a 16 gradi costanti per evitare quel fastidioso saporino di frutta matura che tanto ultimamente sta scombussolando il mondo dell’homebrewing, mentre Gabriele ha impostato la sua fermentazione per partire intorno ai 18°c per alzare a 21°c verso la fine della fermentazione. Entrambi abbiamo poi fatto una sosta di winterizzazione a 5° per circa una settimana.

La fermentazione.

Ormai l’US-05 è un lievito che conosco abbastanza bene, motivo per cui non ho avuto bisogno di monitorare costantemente la fermentazione con Plaato e altro. Ho solo collegato la camera di fermentazione all’AxHTherm e ogni tanto andavo a controllare sul cellulare la temperatura che è rimasta per tutta la fermentazione sui 16°. Dopo la fine della fase tumultuosa ho aperto il fermentatore per un dry hop di circa 5gr/litro di luppolo cascade. E ho abbassato la temperatura a 5°c prima di imbottigliare. La versione di Gabriele prevedeva un dry hop sempre di circa 5gr/litro di luppolo Simcoe.

Poi abbiamo imbottigliato, ognuno a casa sua i circa 10 litri di birra.

Fare o non fare cotte in compagnia?

Diciamocelo: condividere un hobby è sempre bello, piacevole e rilassante. L’homebrewing, d’altro canto è un tipo di hobby che prevede mille strade diverse per arrivare allo stesso punto, e ogni strada può essere percorsa in mille modi diversi. Tutto dipende dall’homebrewer che dopotutto rimane una persona con il suo carattere e le sue abitudini. Per questo motivo, io non voglio nessuno intorno a me quando faccio una cotta: sono sempre indaffarato, nervoso, pensieroso, con la mente altrove sulle mille cose da fare e da tenere sotto controllo e con la mia organizzazione autistica che mi porta spesso ad agire senza prima aver deciso cosa fare e mi capita di fare avanti ed indietro per tutta l’officina senza motivo apparentemente sensato. E non devo perdere tempo a spiegare o impartire ordini, o riceverli, specialmente se si tratta di agire in velocità. Non si tratta di fare bella figura, di mettere le mani avanti o di mettersi in mostra, ma io dico sempre la stessa cosa a chiunque ha il piacere di venire a visitare la mia cantina: “lasciamo perdere la teoria, perché sul campo mi vedrai fare cose che non sono proprio canoniche“. Ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio….

In questa cotta specifica, Gabriele ed io ci siamo divisi i ruoli in maniera netta: io mi sono occupato dell’ammostamento; mentre a lui è seguito la fase di bollitura e luppolatura. Ogni tanto ci veniva da pestarci i piedi a vicenda, ma con un po’ di organizzazione potrebbe essere assolutamente un’esperienza da ripetere.

In ogni caso trovo piacevole scambiare una chiacchiera o una parola durante le lunghe fasi della cotta. Io soffro solo del fatto di avere uno spazio piccolo e poco incline all’accoglienza di altri animali di tipo homebrewer, altrimenti ogni cotta potrebbe essere occasione per una festa. Una bella festa. Tranne ovviamente quando si mette in mezzo il Biondo che, detto tra noi, è un gran cacacazzi.

Tanti auguri a me!

Giugno è anche il mese del mio compleanno e per festeggiare i 40 anni, amici e parenti mi hanno regalato un minikeg da 2 litri con spillatore, giusto per fomentare ulteriormente la mia ossessione per la produzione casalingo brassicola. Regalo graditissimo ovviamente e immediatamente battezzato con la Briù Plus Plus – Session Rye Ipa edition. In futuro mi riservo di prendere altri fustini per provare a giocare un po’ con la moda del momento, ovvero le fermentazioni in fusto. Ho visto che sia su amazon.it che su geek.wish.com, ma anche sui vari store on line per homebrewers, ci sono diverse soluzioni per prezzi molto simili (e anche tempi di consegna). Tutto sta ad entrare nell’ottica dei “fustini”. Per il resto della birra ho usato quel sistema vintage che è la fusione di bottiglie di vetro e tappi a corona e la rifermentazione in bottiglia.

Dopo una carbonazione forzata di due giorni ho spillato la prima pinta con grande emozione e curiosità: la voglia di testare ed imparare ad usare il giochino nuovo è una forza più potente rispetto qualsiasi altra cosa.

La birra in sé non è la birra più buona del mondo (scusate per la litote) ma in ogni caso si lascia bere. Leggera, dissetante e con un discreto corpo: ho trovato un leggero diacetile che si dovrebbe, spero, riassorbire col tempo. L’aspetto è decisamente velato ai limiti del juicy, colpa sicuramente del dry hop e di una non corretta sedimentazione: ho tenuto il fustino in orizzontale in frigo perché altrimenti non c’entrava. L’aspetto velato è sicuramente da imputare alla segale; e colpa sicuramente mia che sono una pippa a fare sparge. Ci sta.

Posso sempre dire di aver fatto una neipa, e pure quelle ultimamente vanno tanto di moda.

la session rye ipa e roma sullo sfondo

Ho notato invece che le bottiglie sono meno velate, ci può stare.

Dopo un paio di settimane, Gabriele ed io ci siamo rivisti e ci siamo scambiati una bottiglia, e ho potuto così fare un confronto tra le due birre: L’aspetto è molto simile, e anche in bocca ci sono molte similitudini: la grossa differenza sta nel naso dove i due luppoli usati in dry hop determinano la differenza.

Inutile dire che con questo caldo… è praticamente già finita. Sembra quasi evaporata.

TL;DR

  • A giugno ho fatto una Session Rye IPA, insieme ad un altro homebrewer;
  • Cotta in compagnia bello, ma anche no.
  • Sto cominciando ad approcciarmi al giochino delle carbonazioni in fusto
  • E pure quest’anno Briù Plus Plus is back.
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Il mio esame BJCP

Storia della buonanotte per homebrewer ribelli.

C’era una volta un re che viveva nel forte castello delle campagne san lazzaresi. Un giorno il re incontrò il mago di corte intento nella creazione di una pozione. Incuriosito dagli aromi sprigionati dal paiolo il re chiese al mago che tipo di pozione magica stesse preparando. Il mago rispose che non si trattava di magia, ma una bevanda antica nata dalla fusione di orzo maltato, luppolo, acqua e lievito e più potente di qualsiasi pozione magica. Il re decise di apprendere la magica arte e diventò homebrewer. il re si appassionò tanto al suo hobby e capì che bere una birra non era più una motivazione sufficiente: voleva saperne di più. Così si iscrisse ad un corso di degustazione di primo livello. Ma il re si rese conto che il primo livello non era sufficiente per saziare la sua sete di sapere e decise di iscriversi ad un corso di degustazione di secondo livello. Così il re superò l’esame e divenne un Unionbirrai Beer Taster. Ma l’insoddisfazione albergava nel re: voleva saperne sempre di più… sempre di più… sempre di più… e si mise a studiare per diventare un giudice BJCP certificato.
…E fu così che il re capì di essere finito in una trappola.

Ma passiamo subito ai fatti.

Dopo aver passato una settimana a studiare, sabato 6 luglio 2019 ho preso il coraggio a 4 mani e ho provato a fare il Beer Entrance Exam on line, il primo passo per chi vuole vuole ottenere la qualifica di giudice BJCP col Beer Judging Exam.

L’esame è composto da 180 domande a risposta mista del tipo vero / falso oppure domande a risposta singola o multipla, sui seguenti temi:

  • composizione di un panel di giudici;
  • processo di birrificazione in tutte le sue fasi;
  • descrizione dei difetti nella birra e loro cause;
  • comparazioni, similitudini e divergenze tra i vari stili di birra.

Per accedere all’esame è necessario registrarsi e comprare il tipo di esame interessato. Si paga con carta di credito. Recentemente è stata introdotta la possibilità sostenere l’esame in 90 minuti, Extended Time Version, per chi non è madrelingua inglese: è necessario richiedere un codice via mail prima di procedere all’acquisto. Altrimenti il tempo massimo a disposizione è di 60 minuti. Ogni esame ha un costo di 10$, ma è possibile comprare il pacchetto 3×2 di 20$, per tre prove di esame al prezzo di 2.

Il risultato del test è immediato, lapidario e poco incline alle interpretazione.

  • Sei passato (PASS): nel giro di poco ricevi via mail un attestato in cui è presente il logo ufficiale BJCP, una matricola, la data e il messaggio che hai superato con successo il test.
  • Non sei passato (FAIL): puoi ripetere l’esame a partire dalle 24 ore successive.

Come prepararsi per il Beer Entrance Exam.

Superare il Beer Entrance Exam è un passaggio obbligatorio per accedere al Beer Judging Exam e fondamentalmente serve come forte scrematura per valutare la preparazione e la formazione di base che dovrebbe avere ogni giudice certificato BJCP, e per comprendere se il percorso che si vuole iniziare è nelle proprie corde. Non è un esame impossibile, ma non si tratta nemmeno della fantomatica passeggiata de salute. Chiunque può tentare l’esame on line, non sono necessari titoli o attestati di frequentazione ad altri corsi, e il materiale di studio è tutto disponibile gratuitamente cercando nella sezione apposita sul sito. Ovviamente, manco a dirlo, la documentazione di riferimento è tutta in ingelse.

Perché fare il Beer Entrance Exam?

Le motivazioni per il quale si sceglie di fare questo esame possono essere le più disparate e personali possibili. Io personalmente ho scelto di iniziare questo percorso perché mi sembra la naturale evoluzione del mio essere bevitore consapevole: una birra per essere buona non ha bisogno del BJCP e a larghe linee, un giudice BJCP certificato sa capire se una birra è in stile.
Nei concorsi per homebrewers da noi, raramente capita di avere in giuria un giudice BJCP. Tra i giudici noti sono tanti i cani da tartufo, gente competentissima che senza essere BJCP sa benissimo descrivere e interpretare una birra, sia al naso che nella compilazione di una scheda, purtroppo in netta minoranza verso i cani e basta che non sanno la differenza tra due stili o cosa distingue due difetti ma siedono su quelle sedie solo perché, per qualche motivo strano, sono anni che sono lì. E le schede compilate, spesso, parlano da sole.
Siccome anche io avrei piacere a sedermi su quelle sedie, vorrei arrivarci nella maniera più preparata possibile, per non essere scambiato come cane e basta: essere un giudice BJCP significa avere acquisito gli strumenti per interpretare correttamente le linee guida di uno stile e saper compilare correttamente una scheda di valutazione. E, mi sembra scontato dirlo, ma sai mai… è importante studiare, allenare i sensi e fare tanta pratica per migliorare. Io lo vedo come un ottimo modo per rimanere sempre dalla parte degli homebrewer: un giudice BJCP dovrebbe avere anche gli strumenti per fornire consigli all’homebrewer su cosa migliorare e dove, e a volte anche come nella produzione della birra a livello casalingo.

Materiale di studio, piccoli trucchi e consigli per chi vuole fare il Beer Entrance Exam.

Per superare il Beer Entrance Exam è necessario studiare e le risorse sono disponibili gratuitamente on line cercando tra le varie sezioni sul sito bjcp.org.

Ovviamente non si può prescindere dalle linee guida ufficiale del BJCP. MoBI ha messo a disposizione la versione tradotta, ma personalmente congilio di basarsi solo sulla versione inglese in quanto lingua dell’esame.

Io ho trovato molto utile e schematico il BJCP Study Guide dove sono riassunti la maggior parte dei concetti riportati nelle domande: sono elencate le regole di comportamento di un panel di giudici BJCP, vengono elencati i principali difetti di una birra e le cause, e principi molto generali legati alla produzione di una birra. Nello studiare questo libro ho trovato molti concetti familiari a quelli affrontati nel corso di degustazione di secondo livello fatto con Unionbirrai, mentre per la produzione… diciamo che l’esperienza da homebrewer ha fatto parecchio il suo.

Per quanto riguarda fonti in italiano da studiare, non posso non citare il materiale di studio che si trova su brewingbad.com: Frank ha fatto un grandissimo lavoro di sintesi delle risorse di studio necessarie per superare l’esame.

Durante l’esame mi sono aiutato parecchio con due siti, aperti in parallelo su due tab diverse sul browser da consultare velocemente e facilmente:

  • Google Translate: conosco bene l’inglese, ma sui termini molto tecnici posso fare confusione, e un vocabolario a portata di mano fa sempre comodo.
  • Compare Beer Styles – Compare-O-Matic: questa simpatica web app permette di impostare velocemente 2 o 3 stili BJCP per avere non solo le caratteristiche degli stili selezionati, ma per evidenziare le similitudini. Siccome molte domande si basano proprio tra differenze e similitudini tra stili, io ho trovato davvero un grandissimo aiuto in questo sito. Necessita la registrazione, ma è gratuito.

…e poi?

E poi niente. Io quando mi sono sentito sicuro, ho preparato la postazione per avere 90 minuti con meno fattori di disturbo possibile: copia cartacea del materiale di studio, computer carico, un foglio di carta e una matita, una bottiglietta d’acqua, telefono in modalità aereo… e ho iniziato a rispondere alle 180 domande.

I novanta minuti a disposizione sono stati sufficienti, ma onestamente un po’ stretti, per tutte le domande. Quando ho inviato il test compilato in tutte le domande mancavano circa 2 minuti alla fine… ho respirato profondamente e ho premuto Submit. Dopo aver trattenuto il respiro per una decina di secondi, ho avuto il responso: PASS. Ho alzato le braccia al cielo come se fossi un moderno Rocky, ma un po’ più panzone.

Mai una gioia!

Felice e contento come un bimbo, appena ricevuto via mail il certificato che conferma che ho sostenuto l’esame di ingresso con successo, ho immediatamente contattato MoBI per prenotare un posto per il Beer Judging Exam previsto per il 12 ottobre 2019 a Monza.

La risposta è stata pressocché immediata, ma ahimé desolante: per la sessione di esame di ottobre i 12 posti a disposizione sono già tutti prenotati, e sono stato inserito in lista di attesa. E dubito fortemente che qualcuno rinunci all’ultimo momento: per quanto ancora sia un esame rivolto ad un pubblico molto di nicchia, le persone interessate all’esame, sono interessate veramente.

Come se non bastasse, per quella data ho anche ricevuto l’invito ad un matrimonio. Quindi… questo esame non s’ha da fare.

E ciliegina sulla torta, il certificato ha validità un anno, il che vuol dire che se entro luglio dell’anno prossimo non faccio l’esame, sarò costretto a rifare tutto d’accapo! Da quello che ho capito, MoBI non farà altre sessioni prima di ottobre del 2020, e sarò costretto a cercare una sessione di esami all’estero per sostenere l’esame, oppure… se se si trovano altri 11 lettori di questo blog con la voglia di fare il Beer Entrance Exam o che sono già nella mia stessa situazione con la voglia di fare il Beer Judging Exam potremmo provare a far pesare la nostra voce e chiedere una sessione straordinaria a MoBI, magari a Rimini durante il Beer Attraction 2020.

TL;DR

  • Ho fatto Beer Entrance Exam per diventre giudice certificato BJCP.
  • Il materiale di studio è vario e disponibile on line gratuitamente.
  • L’esame è fattibilissimo: basta studiare un po’ ed essere homebrewer aiuta parecchio.
  • Siccome sono sfigato, sono in lista di attesa per l’esame previsto per Ottobre, ma comunque non lo farò per altri impegni sopraggiunti proprio in quella data.
  • Se anche tu sei in lista di attesa, sentiamoci.
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Vuoi fare (e bere) una birra in soli 7 giorni? Chiedimi come

Maggio e giugno sono il periodo ideale per fare birre svuota cantina. Che poi, chissà come mai, sono sempre le produzioni che danno più soddisfazione. E infatti, ecco il resoconto di un’altra cotta che non ho avuto modo di documentare per tempo su queste pagine durante la mia assenza.

Negli ultimi mesi, sui forum on line e altrove si fa un gran parlare dei kveik, i famosi lieviti norvegesi (kveik significa lievito, in uno dei dialetti norvegesi). Anche io ovviamente, complice il caldo di giugno e complice un cassetto pieno di malti da smaltire, da buon modaiolo quale sono, mi son voluto cimentare nel preparare una cotta con questi lieviti. Il risultato, spoiler, è stato veramente scioccante.

Cosa sono i kveik?

Cominciamo subito col dire che kveik non è uno stile di birra ma un lievito per fare la birra. Esistono circa 40 diverse colture di kveik: a fronte di caratteristiche generali simili e in comune tra loro, ogni ceppo di lievito si contraddistingue per il suo profilo aromatico specifico e per la sua modalità di raccolta e conservazione.

Questi lieviti sono stati riportati alla ribalta grazie ad un lungo lavoro da parte di Lars Marius Garshol e negli ultimi anni si sono diffusi per tutto il mondo in maniera capillare. In Italia in particolare, Antonio Condor Golia ha intrapreso un lungo studio appassionante, documentato sul suo blog, per modernizzare le birre norvegesi, non limitandosi solo ed esclusivamente all’uso di questo lievito e alla sua conservazione, ma anche aspetti produttivi, che per noi homebrewers abituati al declinare le birre semplicemente come a bassa ed alta fermentazione, possono sembrare decisamente sbalorditivi e fuori da qualsiasi logica, quando invece tutto ha completamente senso.

Per raccogliere le esperienze di noi homebrewers è nato anche un prezioso gruppo Facebook a cura di Andrea Rossi, dove è possibile raccontare o leggere le esperienze sull’utilizzo di questo lievito. Fu lo stesso Andrea, quando ci siamo incontrati a Rimini durante il Beer Attraction ad avermi donato una fialetta di circa 8 gr di Kveik #1 Sigmund Voss, recuperato ed essiccato da Andrea stesso. Ho poi conservato successivamente la fiala in congelatore.

Noi homebrewers siamo sempre stati abituati a pensare ai lieviti per fare la birra come esserini delicati e sensibili alle temperature, tipicamente in range che vanno dai 10 ai 23 gradi. E in parte è vero.

Chiariamoci: se un lievito viene portato a temperature non idonee per il suo range non smette di lavorare: semplicemente fermenta male producendo tutta una serie di off-flavour molto probabilmente non indicati per lo stile di riferimento, se portato verso l’alto; oppure si addormenta e rallenta la sua attività se portato verso il basso. Con i lieviti norvegesi, siamo ben oltre le note soglie di temperatura di lavoro, arrivando a picchi assolutamente inimmaginabili: si parla di range di temperature consigliati che vanno dai 30 ai 43 gradi centigradi circa con bassissima produzione di off-flavour fastidiosi nella birra finita… una roba folle, se ci pensate.

Per esempio, il #1 Sigmund Voss ha una temperatura di inoculo intorno ai 39° e una di fermentazione consigliata che può superare tranquillamente i 41° (per arrivare anche a 43°) con un attenuazione apparente del 75%. Ogni kveik censito da Garshol ha le sue peculiarità.

Cosa bolle in pentola?

A metà giugno, Un lunedì sera (tieniamo bene a mente questo giorno della settimana per dopo) quando le calde temperature estive, almeno qui nel bolognese, si stavano già cominciando ad affacciare in maniera prepotente, ho avuto la malsana idea di fare una cotta per provare il #1 Voss che mi ha gentilmente donato Andrea Rossi. Per smaltire un po’ di malti speciali ho fatto una birra scura ispirandomi ad una Dry Stout (BJCP cat. 13C) ma come al solito, vista la mia innata capacità di non riuscire mai a rimanere nei range previsti dallo stile, anche stavolta sono andato un po’ fuori.

La ricetta

  • 6.0% / 12.7 °P
  • 72% efficiency
  • Batch Volume: 10 L
  • Boil Time: 60 min
  • Total Water: 15.86 L
  • Pre-Boil Gravity: 1.040

Vitals

  • Original Gravity: 1.051
  • Final Gravity: 1.005
  • IBU (Tinseth): 41
  • Color: 69.5 EBC

Mash

  • Temperature – 68 °C – 60 min

Malts (2.4 kg)

  • 2 kg (80%) – Avangard Pilsner Malt – Grain – 3.3 EBC
  • 100 g (4%) – BestMalz Acidulated – Grain – 6 EBC
  • 100 g (4%) – Castle Malting Chateau Crystal – Grain – 150 EBC
  • 100 g (4%) – Bairds Chocolate Malt – Grain – 985 EBC
  • 100 g (4%) – BestMalz Roasted Barley – Grain – 1300 EBC
  • 100 g (4%) – Briess Rice Hulls – Adjunct – 0 EBC

Hops (30 g)

  • 10 g (37 IBU) – Hallertau Magnum 14% – Boil – 60 min
  • 20 g (4 IBU) – Hallertauer Mittelfrueh 4% – Boil – 5 min

Yeast

  • 8 g – Sigmund Voss Kveik

Fermentation

  • Primary – 35 °C – 3 days

Com’è andata la cotta?

Inutile dire che la cotta è filata via liscia come non mai, a parte il caldo asfissiante, ma su questo ahimé la colpa è solo ed esclusivamente mia. Sul procedimento in sé non c’è molto da segnalare. La parte decisamente interessante si riferisce alla fase di raffreddamento e inoculo del lievito.

Tipicamente per raffreddare uso una serpentina di acciaio inox, molto performante e anche bellina da vedere. Nella mia cantina, l’acqua di rubinetto non scende sotto i 25°c in questo periodo. Ma come accennavo un paio di paragrafi fa, il kveik va inoculato intorno ai 40°. Iniziato il raffreddamento, in brevissimo tempo, circa 5 minuti, il mosto è passato dai 100 ai 40 circa. E questo è veramente un gran risparmio non solo di acqua ma di tempo. Dopo un blando whirpool ho spostato il mosto dalla pentola al fermentatore e ho inoculato il lievito direttamente sopra la schiuma.

Dopo aver sigillato ermeticamente il fermentatore, per favorire l’ossigenazione del mosto ho agitato senza shackerare. Ho fissato attorno al bidone il cavo riscaldante per mantenere la temperatura stabile a 35° e ho lasciato il tutto fuori dalla camera di fermentazione, poiché non serviva prevedere la gestione del freddo… anzi.

La cosa veramente sconvolgente è stata maneggiare del mosto così caldo: stare vicino al fermentatore mi faceva sudare.

Quanto dura una fermentazione con i lieviti Kveik?

Kveik in fermentazione a 35°.

La fermentazione è partita dopo poco meno di 3 ore dall’inoculo in maniera abbastanza vigorosa.

Ho fatto la cotta lunedì sera. Tra la notte di lunedì e martedì la fermentazione era già energicamente in corso. Tra martedì e mercoledì l’attività di fermentazione era già scemata e nella giornata di mercoledì e giovedì non si notava più nessuna attività fermentativa. Giovedì pomeriggio ho prelevato un campione di birra per la misura della densità che per l’occasione ho messo a raffreddare in frigo a casa: il responso del densimetro è stato a mio avviso incredibile: la densità misurata, dopo circa 4 giorni di fermentazione è stata 1.004. Per non saper né leggere e né scrivere giovedì sera ho imbottigliato la birra senza un travaso intermedio ma direttamente con sifone automatico e asta. Ho effettuato un priming per raggiungere i soliti 2 volumi di CO2.

Di solito mi lascio andare ad un assaggio della birra… ma questa volta non ce l’ho proprio fatta: bere una birra sgasata a 35°c… ecco, non lo auguro proprio a nessuno. E mi ha turbato parecchio la cosa, perché non esiste homebrewer che non sia curioso di avere un anteprima su una produzione ben prima della corretta maturazione in bottiglia.

Insomma, in circa 4 giorni, tra cotta, fermentazione e imbottigliamento, ho archiviato una birra. Tipicamente questi sono i tempi di lavoro dei kveik. Si può andare più lunghi di un paio di giorni per quanto riguarda l’attività fermentativa, ma bene o male stiamo lì. Per la spaventosa attenuazione (circa il 90% di AA nonostante il mash design spinto sulle alfa amilasi) mi sono confrontato con Andrea che mi ha donato il kveik, e lui sostiene di non aver mai avuto quelle percentuali…

Ho atteso il fine settimana per la rifermentazione delle bottiglie a temperatura ambiente della mia cantina, il che vuol dire, in questo periodo dell’anno, in numeri che oscillano tra i 20° e 30° (tra giorno e notte).

Una cosa che non ho fatto, di cui un po’ mi vergogno, è non aver recuperato il lievito per tentare di essiccarlo. La corretta procedura di recupero del lievito, non solo secondo tradizione ma per avere una coltura più performante, sarebbe il top cropping da eseguire più o meno a metà della fase tumultuosa. In alternativa si può sempre recuperare dal fondo del fermentatore, per poi procedere alla fase di essiccazione. Ma anche qui, complici le temperature già alte non me la sono sentita di tenere acceso il forno in casa per almeno 4 ore intorno ai 100 gradi. Spero di essere perdonato per questo, soprattutto da Andrea.

TURBO Briù is back, ovvero: il primo assaggio

Mezza TURBO Briù, una banana e uno scolapasta.

Lunedì, esattamente 7 giorni dopo la cotta, ho stappato la prima Turbo Briù – kveik edition, ma solo dopo averla tenuta in frigo per portare la bottiglia ad una temperature di servizio idonea.

Ho bevuto una birra che solo una settimana prima giaceva smontata in pezzi vari tra sacchetti sotto vuoto sparsi tra cassetti e frigoriferi.

Erano circa due anni che non facevo una stout, e questa versione sconvolge completamente le altre produzioni storiche. Si tratta di una birra dal profilo aromatico molto intenso con note ben definite di caffé sia al naso che alla bocca. La bevuta è scorrevole e ben bilanciata tra amaro e note di cioccolato con una buona persistenza. Sono molto soddisfatto.

E il profilo del lievito?

La prima cosa che ho fatto appena versato la birra, è stata infilare immediatamente il naso nel bicchiere e cercare come un segugio la presenza di 2 caratteristiche ben note per essere i difetti tipici dei lieviti da ale stressati per le alte temperature e ampiamente diffusi in quasi tutte le birre scure artigianali che mi capita di bere: solvente e salamoia. Mi sono stupito invece di non aver trovato nulla, se non un “debole ma presente” cerottino sotto le evidenti note di caffé, cioccolato e vaniglia. Ho avuto modo poi di informarmi e scoprire che si tratta di uno dei pochi off-flavours dei kveik che col tempo tende a riassorbirsi. Nella seconda bottiglia stappata una settimana dopo il cerottino descritto sopra, per esempio, non è pervenuto. Ma mi riservo il beneficio del dubbio.

Il corpo della birra, nonostante, la bassa attenuazione è abbastanza presente, complice i malti tostati che in bocca sono persistenti.

Insomma, non sarà la solita birra da podio (tanto per cambiare)… ma a me mi piace.

Conclusioni

Che idea mi sono fatto dei kveik, anche se per una sola cotta? A Bologna si direbbe bazza… a Roma si direbbe svorta

Se si vuole fare una birra e i tempi sono molto stretti, usare questi lieviti potrebbe essere una saggia opzione. Consiglio, ovviamente un approccio più scientifico e ponderato del mio, che detta in soldoni è stata “caccio il lievito nel bidone e buonanotte“. Come esperienza è stata sbalorditiva: avere una birra finita in soli 7 giorni è un pensiero sconvolgente a tratti illuminanti.

Mi piacerebbe in futuro usare qualche altro ceppo e magari provare ad effettuare dei recuperi così come consiglia la tradizione, da usare e riusare nelle birrificazioni estive o quando ho la particolare esigenza di ottimizzare tempi e risorse.

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Dunque, dove eravamo rimasti?

Una delle tante regole non scritte per la buona riuscita di un blog è quella di non cominciare mai un articolo scusandosi per aver fatto passare molto tempo dagli ultimi aggiornamenti. Si tratta di un comportamento deplorevole e completamente privo di senso.
E per questo che non solo uso questo post per scusarmi per la lunga assenza, ma ne approfitto anche per dare delle giustificazioni sommarie, sbrigative e assolutamente non richieste. E un mega riassunto delle puntate precedenti.

Tutta colpa di Car Brewing Podcast.

Ebbene sì. La moda di dare la colpa ai governi precedenti è l’asso nella manica, e non risparmia nemmeno questo blog. E adesso che l’impegno quotidiano con Car Brewing Podcast è finito posso finalmente tornare a rifugiarmi su queste pagine raccontando le mie esperienze brassicole a modo mio, e riprendere a pubblicare, si spera regolarmente, quello che mi frulla in testa cercando di essere costante come lo sono stato almeno fino a gennaio passato, periodo in cui, sia per impegni lavorativi che per impegni personali, sommato al già citato podcast, non ho avuto la giusta concentrazione per pubblicare articoli. Vi sono mancato, vero?

Cosa è successo nel frattempo?

L’osservazione più scontata è “Se non avevi il tempo per il blog, allora non avevi tempo neanche per le cotte”. E invece no, cari miei critichini! Ho continuato a fare cotte, ne ho addirittura fatte due, anzi quasi 3. Ma grazie lo stesso per la domanda: ne approfitterò in questo post e nei prossimi per rispondere attraverso dei sommari riepiloghi. Ma andiamo con ordine.

Che fine ha fatto la Hoppy Marzen?

Hoppy Marzen in tutto il suo splendore.

Eh già… l’ultimo resoconto di una cotta riportato sulle pagine di questo blog racconta la genesi della birra che ho battezzato poi Dot Net – hoppy marzen edition. Per il grist mi sono ispirato alle birre da OktoberFest tedesche, successivamente fermentata con metodo fast lager. Per il luppolo mi sono spinto in una maniera che definirei quasi indegna sul profumato, fruttato e con un tocco americaneggiante di resinoso non solo in bollitura, ma addirittura con un Dry Hop di circa 5 grammi per litro dopo una maturazione in fermentatore di circa 3 settimane. In buona sostanza questa birra è stilisticamente parlando una sorta di bestemmia urlata.
Come ho accennato alla fine del post, ho messo via un paio di litri di mosto a congelare. Il motivo è presto detto: sempre per cercare di scimmiottare l’editto della purezza, ho provato, per questa cotta il krausening come metodo per la rifermentazione in bottiglia.

Cos’è il Krausening, ovvero l’arte di usare il mosto per la rifermentazione in bottiglia.

In buona sostanza, il krausening è l’inoculo di mosto ancora non fermentato (quindi ricco di zuccheri fermentescibili) per permettere ai lieviti in sospensione nella birra di produrre la CO2 necessaria per la saturazione in bottiglia. Difficile da dire, molto più facile da fare.

Ovviamente esiste un calcolatore on line per ottenere la corretta dose di mosto necessaria: nel mio caso sono stati sufficienti 960ml di mosto (per 20 litri totali di birra) per arrivare ai 2 vol di CO2 desiderati, che hanno portato la birra da un’ABV presunta di circa 5,8% a 6%.

Dopo circa 10 giorni ho voluto assaggiare una bottiglia per monitorare la carbonazione: con mio sommo stupore l’ho trovata già perfettamente carbonata con una bella schiuma e un aspetto che non mi sarei proprio aspettato.

La mia opinione, su questo metodo è che vale la pena provarlo almeno una volta nella propria carriera di homebrewer, ma ci sono due cosette che sinceramente non mi fanno preferire questo metodo al classico priming fatto con la siringa in bottiglia.

  • Dal mio fermentatore inox, ho dovuto fare un travaso in un fermentatore graduato (i soliti bidoni di plastica) per controllare quanti litri finali di birra (al netto delle perdite) ho avuto. Successivamente ho potuto effettuare il calcolo corretto di mosto da aggiungere;
  • ho il sospetto che l’aggiunta di mosto abbia modificato le IBU calcolate in ricetta.

…le IBU?!?

Molto probabilmente si tratta di una mia paranoia, ma non ho avuto una risposta certa dall’internet che tutto sa su questo quesito. Partiamo dal presupposto che il calcolo delle IBU, ovvero unità di misura per l’amaro nella birra, è un valore molto approssimativo che tende a scendere sin dalle prime ore di fermentazione. Potenzialmente a fine fermentazione (e col passare del tempo) abbiamo una una birra molto meno amara di quello che pensavamo
il mosto aggiunto alla birra era già luppolato, e se pure in piccola parte, sono sicuro che abbia inciso sul valore di IBU previste. Di quanto e in che modo non lo so, ma sono abbastanza sicuro che il krausening fatto con mosto luppolato in qualche modo incide sull’amaro previsto. Ma in ogni caso non è assolutamente rilevante ai fini delle nostre produzioni: si tratta più di una mia pippa mentale.

Per chi fosse particolamente curioso sulla questione delle perdite di IBU durante il processo produttivo, segnalo questo podcast dove l’argomento viene trattato abbastanza nel dettaglio.

Pareri contrastanti e schizofrenici sulla Hoppy Marzen ne abbiamo?

Al primo assaggio, dicevo, sono rimasto stupito. Oggettivamente ho trovato la birra molto strana ma al tempo stesso piacevole da bere. Decisamente una birra che da qualsiasi angolazione la si guarda (o beve) risulta essere pesantemente fuori stile.
Non è una Marzen: ho usato talmente tanto luppolo, addirittura in Dry Hopping, che non può essere considerata una Marzen.
Non è una APA: Il fatto di aver messo tanto luppolo non rende la birra automaticamente una APA. La differenza sostanziale tra la mia birra e una pale ale americana è che la mia lascia in bocca un dolce molto lungo abbastanza in equilibrio con la luppolatura, che è abbondante, ripeto, ma non invadente. E poi è una bassa fermentazione.
Non è nemmeno un American Amber Ale: insomma… dove la metti la metti… è fuori parametro.

Ho subito avvertito Matteo, detto il Biondo, anche noto come il mio avvocato, che sovente mi fa compagnia durante le serate dedicate all’imbottigliamento, per fargli assaggiare questa produzione per avere un suo parere spassionato. E nonostante il suo essere avverso agli stili luppolati, ha trovata la birra piuttosto gradevole. L’altra sera durante l’imbottigliamento di una session rye ipa (ma ci arriviamo poi) ci siamo bevuti 3 bottiglie di hoppy marzen di seguito. Semmai vi dovesse capitare di beccare il Biondo in giro per festival birrari o forum vari e gli sentite dire che lui non ama bere birre luppolate… mandatelo affanculo da parte mia.

Ho poi inviato a Frank di brewingbad.com un po’ delle mie birre, come spesso succede tra colleghi homebrewers, sia per ringraziarlo per i molti consigli dati dall’alto del blog e sia per aiutarlo ad esercitarsi nella sua carriera da giudice BJCP, e ovviamente per avere delle schede dettagliate, consigli e critiche oggettive. Per quanto riguarda la hoppy marzen, nella mail di presentazione ho dichiarato solo nome e informazioni come OG/FG e IBU senza uno stile di riferimento, chiedendogli un giudizio spassionato sulla birra in questione. Frank, ovviamente non aveva la minima idea di cosa stesse bevendo, segno tangibile del fatto che non segue né questo blog né Car Brewing Podcast, dove ne parlai abbondantemente. E non si fa così… uffa!

In ogni caso, mentre una sera ero sul divano a cazzeggiare su internet, ho avvertito distintamente un tremolìo nella forza: segno che qualcosa di tremendo era appena successo. Ho sentito anche una super mega bestemmiona coatta che da un punto imprecisato di Roma è sopraggiunta a Bologna e dintorni. Ho subito capito che Frank mi stava insultando in tutti i modi possibili ed immaginabili. Ha letteralmente smontato birra in mille pezzi, e come se non bastasse ha avuto la cortesia di inviarmi una scheda priva di valutazioni numerica (sempre per il fatto di non aver dichiarato lo stile di riferimento) ma piena di dettagliate considerazioni.

La scheda di Frank sulla Hoppy Marzen

Per esercitarsi al meglio, Frank compila le schede in inglese, ma nella sezione relativa alle Overall impression (impressioni generali) ha scritto in italiano: “A sentirla così mi sembra un’alta fermentazione. Sento parecchio luppolo al naso soprattutto agrumi e resina. Mi danno l’idea di luppoli americani. Ha tanto malto, forse un po’ troppo, il finale è una po’ appiccicoo. Spero non sia una IPA/APA. Propenderei per uno stile ambrato e amaro, direi American Amber Ale. Sento qualche difetto da fermentazione. Al naso direi acetaldeide (vernice, leggerissimo solvente)”.

Ho omesso le bestemmie che mi ha tirato dopo che ha letto le paroline Hoppy Marzen, perché, anche se non sembra, ho una dignità da difendere.

E il #BestBrewChallenge?

L’idea originale era di spedire questa birra al concorso #BestBrewChallenge per partecipare a questo mega concorso mondiale, ma dopo aver visto i costi di spedizione per circa 3 litri di birra… ho preferito tenermela e berla insieme al Biondo e insieme a Frank.

Per il momento mi fermo qui. Ma non escludo che in futuro possa ritentare l’esperimento di una birra a bassa fermentazione luppolata come se non ci fosse un domani.

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Perché ho deciso di chiudere Car Brewing Podcast

Oggi, venerdì 28 giugno 2019 alle ore 8:10 è andata in onda l’ultima puntata di Car Brewing Podcast – la tua birra fatta in macchina.

Per chi non lo sapesse, si tratta di un progetto che mi ha letteralmente fatto compagnia, più o meno ovunque andassi, nell’ultimo anno come un fedele compagno. Grazie a questo podcast ho avuto modo di conoscere tante persone sia vicine che lontane, di essere riconosciuto agli eventi e di ricevere, al netto delle critiche costruttive, tanti apprezzamenti sinceri. Tante persone hanno seguito con attenzione tutte le puntate, si sono appassionati al format oltre misura, al punto tale da ricevere lamentele e dimostrazioni di solidarietà quando recentemente ho dichiarato a mezzo stampa la chiusura del format.

Car Brewing Podcast è un format molto semplice: non c’è un segreto, è tutto molto palese perché a me è sempre piaciuto giocare a carte scoperte: si tratta di audio vocali in presa diretta dalla durata di circa 5-10 minuti al giorno registrati in macchina al volante, e un punto di vista. Senza professionismi, senza effetti, senza correzioni, senza sovraincisioni, senza montaggio e senza sigle se non la mia voce e i miei strafalcioni. Gli argomenti trattati sono stati dei più vari, senza mai scendere troppo sul tecnico, con accenni per chi, interessato, decidesse di approfondire in un secondo momento. Temi, dicevo, senza un vero ordine preciso, che cercavano di cogliere un sentire comune o la voglia di condividere un esperienza passando poi per la descrizione sommaria dell’ultima cotta fatta o la prossima in cantiere. In tutto ho cercato di mettere sempre la mia visione, cercando di essere il più obiettivo possibile e al tempo stesso coerente. Questa formula, a quanto pare, è piaciuta molto. Si sono creati ovviamente i tormentoni e le fazioni tra i vari ascoltatori del podcast. Il tutto in maniera molto serena, pacifica, costruttiva e cialtrona (nel senso buono del termine).

Sono sincero, il successo del podcast (sempre se di successo si può parlare) è stato del tutto inaspettato. Quando un anno fa ho pensato il format, insieme a Giovanni Iovane, ho intravisto subito del potenziale. Ho ovviamente creato i profili social necessari per essere visibile sul web, come la pagina facebook, l’account instagram e i profili su Spotify, iTunes e il minimo indispensabile. Non ho mai fatto campagne pubblicitarie a pagamento, non ho mai fatto spam sui vari forum on line e non ho mai rotto il cazzo alla gente per ricambiare like. Ho sempre cercato di essere il più discreto possibile. Ma quello che è successo poi è stato del tutto imprevisto.

Nel giro di poco, grazie ad un crescente passaparola tra gli homebrewer gli ascolti sono andati sempre in salita, raggiungendo 10… 20… 50mila riproduzioni e oltre. Come se non bastasse, ho passato piacevoli serate a rispondere alle email, messaggi facebook, contatti su telegram e a parlare del tema del giorno nei rari momenti in cui avevo la possibilità di essere presente fisicamente agli eventi per homebrewer con chi, dall’altra parte delle cuffie ha ascoltato le puntate. Obiettivi e numeri sicuramente blandi se paragonati ad altri contesti eppure nel nostro ambiente di nicchia non sono affatto numeri scontati.

…E allora perché Car Brewing Podcast chiude?

La domanda quindi nasce spontanea: perché chiudere proprio adesso che il podcast ha in qualche modo raggiunto la sua completa maturità? Perché abbandonare un progetto ambizioso e sotto certi punti di vista riuscito? Con tutta questa calura estiva avrei potuto battere il ferro tantissimo. Ma non ne ho voglia.

Sia chiaro: il podcast non chiude per mancanza di argomenti. E’ facile pensare che sia difficile trovare un tema di cui parlare tutti i giorni, anche solo per 5 minuti: ma non è per questo che chiude il podcast. Temi e argomenti di cui discutere ce ne sono a iosa, e ogni giorno c’è la possibilità di trovare un qualcosa di cui parlare. Come se non bastasse, pensavo fosse futile e scontato sottolineare che per me fare il podcast è un hobby. Non è un lavoro, non è una missione, non è un dovere verso niente e nessuno. E da domani l’homebrewing non sarà minimamente diverso rispetto a com’era ieri. La vita continua… a prescindere. Gli impatti sulla nostra società, se dovessero sparire in un attimo tutti gli spazi di condivisione per noi homebrewers, sarebbero più o meno l’equivalente di un battito di una farfalla.

Ma tutto questo non è un problema, anzi. Se proprio vogliamo vederla da un’altra angolazione, il problema di Car Brewing Podcast, paradossalmente, è proprio il suo format che in qualche modo ha rotto le righe.

Tra l’altro Car Brewing non ha mai detto cose nuove: ha semplicemente raccontato in maniera diversa ciò che da sempre sono i nostri argomenti di discussione trattati fino allo sfinimento nei nostri ritrovi virtuali.

E infatti Car Brewing chiude lasciandosi alle spalle milioni di temi, esperienze significative e voci importanti rimaste per forza di cose fuori dalla programmazione.

Forse il vero punto di forza di questo podcast sgangherato è stato quello di aver portato una ventata di freschezza nel trattare tematiche che sono oggetto di discussione da anni… Chi lo sa?

Siamo in tanti a parlare di homebrewing in Italia. Siamo molto di più di quelli che banalmente si pensa. All’interno di questi aperte virgolette divulgatori chiuse virgolette ci sono diverse formule consolidate che bene o male si ripetono. Ci sono i blogger, gli youtuber, gli influencer, i commentatori più attivi, gli evangelist, i beer sommelier, i giudici, i mastri birrai (quelli veri e quelli mancati), i mastri bottai, i carbonari, i bibliofili, gli homebrewers ortodossi, gli homebrewers sui generis… mancava solo il podcaster, o meglio l’homebrewer cialtrone (nel senso buono del termine).

Io ho parlato di homebrewing perché ne avevo voglia, e l’ho fatto maniera diversa dagli altri. Non in maniera migliore rispetto agli altri: in maniera diversa. Ho trovato una formula leggera, molto più rivolta all’intrattenimento che all’approfondimento e a fare informazione.
Il mio obiettivo è sempre stato quello di instillare curiosità nell’ascoltatore senza necessariamente fornire soluzioni e colmare lacune. Più volta a fare condivisione di esperienze che a ripetere quanto studiato ed assimilato altrove. E poi ci sono state le ospitate. Su Car Brewing Podcast si sono alternate voci, esperienze e situazioni in maniera unica ed irripetibile e prima del podcast nessun altro spazio è riuscito a riunire tanti punti di vista diversi sotto l’unico cappello. Si è trattato senza dubbio di una cosa nuova. Ma alla lunga anche le cose nuove stufano e diventano retoriche: il rischio di diventare un format ripetitivo e noioso, scontato e prevedibile è altissimo. E anche di questo, mi perdonerete, non ne ho voglia.

…Cosa sostituirà Car Brewing Podcast?

E poi c’è questo blog, che per colpa di Car Brewing Podcast (ma non solo) ha subito un immotivato e sconsiderato abbandono. Sono mesi che non pubblico più nulla in questo spazio, che nasce per raccontare quello che succede nella mia Officina Briù e nella mia testolina cialtrona (nel senso buono del termine). Quindi sento il bisogno di andare avanti per tornare un po’ indietro: voglio tornare ad occuparmi a tempo pieno di questo spazio. Sia chiaro, non si tratta di una involuzione: Car Brewing Podcast e l’Officina Briù non sono la stessa cosa. Sono due progetti diversi che casualmente condividono la stessa mente, ma non sono la stessa cosa. Sono ben cosciente del fatto che non si tratta del primo blog a tema homebrewing in Italia, e di sicuro molto lontano da essere il migliore: non avrò mai la stessa competenza nel discernere e fare sintesi su argomenti vari e ampi come da sempre fanno autorità come Frank e Davide (supereroi indiscussi della divulgazione da blogger in Italia). E prendendo loro come modello, continuerò a prendere spunto per migliorare e migliorarmi sempre nel nome dell’homebrewing, ma anche qui mettendoci il mio punto di vista cialtrone (nel senso buono del termine).

Car Brewing Podcast chiude, e ne sono anche un po’ dispiaciuto. Mi piacerebbe, schizofrenicamente parlando, che il format continui: la strada è stata tracciata, il manifesto stilistico è stato stilato, manca solo qualcuno che ne recuperi l’eredità: come già detto in altri luoghi, io non sono affatto geloso della mia creazione. E se qualcuno ha voglia di continuare a fare Car Brewing Podcast al posto mio, sarò ben lieto di consegnare il testimone. Parliamone.

Oppure.

Oppure Car Brewing Podcast smette di essere quello che è stato fino ad oggi per approfittarne e diventare qualcos’altro. Ci ho già pensato e ripensato, senza trovare nessuna quadra del cerchio. Mi sono ripromesso di pensarci nei momenti di vuoto durante l’estate appena iniziata. Al momento non mi è venuto in mente nulla!

In questo momento non so dare una risposta sul futuro di Car Brewing Podcast. Sicuramente, se ci sarà un car brewing 2.0 non sarà quello che abbiamo visto (e sentito) fin ora. E siccome non ho la benché minima idea di come far evolvere il podcast, di come cambiarlo senza snaturare la sua essenza, evito proprio di pensarci. In questo momento, ripeto, io non ho la benché minima idea di come evolvere questo format, esattamente come una crisalide non sa mai che tipo di farfalla diventerà. A tempo debito ci penserò. E probabilmente la soluzione si paleserà da sola nel momento meno cercato. E a quel punto partirà una nuova avventura e tanta voglia di cialtroneria (nel senso buono del termine). Ma di pensare a questo, anche a questo, al momento, non ne ho voglia.

Infiniti ringraziamenti.

Come dicevo prima, sono molte le cose che mi sono piaciute moltissimo di questo anno trascorso insieme. E sono tanti i ricordi che conservo con discreto orgoglio: le puntate affidate agli ospiti, per esempio, dove molti ascoltatori si sono messi in gioco in maniera spontanea e sincera spesso lasciandosi andare in frasi come “Seguiteci sulla nostra pagina facebook”… “Lasciate un commento sui nostri social”… Queste cose trasmettono un gran senso di appartenenza al progetto Car Brewing Podcast. Inutile dire che le prime reazioni stizzate le ho avute proprio dagli amici che hanno preso parte allo show, ma al tempo stesso sono stati anche i primi a comprendere lo spirito dietro la chiusura del podcast.

Ecco, io ringrazio tutti loro per essere stati spontaneamente (in alcuni casi, spintaneamente) parte integrante di questo progetto sgangherato e cialtrone (nel senso buono del termine).

E ringrazio ovviamente tutti quelli che hanno ascoltato il podcast e parlato di Car Brewing Podcast anche solo per mezza volta. In questo lungo anno ho ricevuto diverse critiche (non tante quante mi aspettavo, a dire il vero) e sono state tutte costruttive, propositive, puntuali e precise. E mi sembra quasi di aver sbagliato qualcosa.

Perciò grazie a tutti per tutto e perdonatemi per questo lungo pistolotto. In parte sentivo il bisogno di lasciare scritte da qualche parte queste parole. E se avete voglia, parliamone. Gli audio trasmessi continueranno ad essere on line, sia su soundcloud che su YouTube. Continuerà a esserci la pagina facebook che prevedibilmente perderà visitatori con l’andare del tempo. Ma saranno comunque tutti spazi validi per parlare il brassicolese con chi conosce questa lingua o è in procinto di impararla. In ogni caso, io sono qui. Se avete voglia, sapete dove trovarmi per parlare di ogni cosa e ogni volta che lo desideriate. Preferibilmente in maniera cialtrona (nel senso buono del termine).

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Qualcuno ha per caso detto Editto della purezza?

Sull’Editto della purezza ho solo due certezze.
La prima è che l’editto è stato stilato per continuare ad avere la birra anche nei periodi più bui e scarsi di cibo, come per esempio durante guerre e carestie. Un modo gentile per dire: se proprio devo morire, tanto vale morire contento.

La seconda è che non riuscirò mai a pronunciare Reinheitsgebot correttamente. Renei ste bot… Raine hey gesbot… Renegade ge bot… Eschinsibur… Escalabar… per quanto ci provi… niente. Non ce la posso fare.

Entrambe le convinzioni sono ovviamente frutto del mio personale pensiero, ma in qualche modo non credo di essere il solo.

Qualcuno ha detto per caso #BestBrewChallenge?

Quindi, siccome il 23 aprile è l’anniversario del RyogaRanmamezzoshebot e siccome noi homebrewers siamo così, un po’ pazzi e un po’ solari, c’è la #BestBrewChallenge che è questa competizione fichissima dove tutti i birrificatori casalinghi de lo mondo intiero si danno appuntamento alle 14:00 per accendere le pentole e fare insieme una birra in stile Marzen seguendo i vincoli dati dal reneferrettidaidaidagebot e utilizzando i malti di una precisa marca. Poi la spedisci… e se sei stato bravo ti arriva a casa una vagonata di malto d’orzo. Ma davvero una vagonata…

Anche io quest’anno, ho deciso di partecipare: l’idea di fare una bassa fermentazione mi ha subito convinto, visto che ultimamente bevo praticamente solo quelle, e mi ha anche affascinato l’idea di fare una birra, diciamo, alla vecchia. anche se per molti versi ormai il renegheghejezzbot si può ritenere superato anche in Baviera… ma si sa… quello che muore non muore mai.

carina la baviera, me la ricordavo diversa

Qualcuno ha detto per caso Marzen?

E quindi, partendo dal presupposto che buone le marzen eh, per carità, ma dopo un po’ anche che due palle tutto sto miele e cereali, ho provato come al solito a ragionare su una ricetta probabile per capire non tanto cosa può fare per me una marzen, ma cosa posso fare io per lei.

Sono partito ovviamente andando a chiedere a chi ne sa più di me come fare per realizzare una Marzen in casa, e su un vecchio numero di BrewYourOwn, ho trovato un interessante articolo sulla storia dello stile, con riferimenti storici alle tecniche di produzione e infine una ricetta semplice semplice semplice per una farne una, che ho usato come base e su cui ho effettuato delle modifiche per adattarla alle mie esigenze, ovviamente.

Le Marzen del raimediasetla7gebot prevedono la decozione, ma nella mia officina non ho l’attrezzatura e voglia di attrezzarmi per fare decozione. E sempre secondo il cosolìgebot (che da questo momento in poi chiamerò per comodità Rinaldo) la correzione dell’acqua e del PH, usando sali e acido lattico non è ammessa, e su questo, mi piace vincere facile, visto che, lo ammetto, non ho mai controllato il PH durante l’ammostamento e non ho mai modificato l’acqua. Ho previsto però l’uso di una piccola quantità di malto acidulato, che è in qualche modo tollerato dal Rinaldogebot.

Dulcis in fundo, non è previsto nemmeno il dryhopping… Certo che sto Rinaldignoghesbot è veramente una grande rottura di palle, eh!
E non si può fare niente… E allora sai che ti dico, Rimbanaldoserbot dei miei stivali? Ti sfido! Io il dry hop lo faccio. Ok?!? Qualcosa in contrario? Eh? EH!!!

Ma guarda un po’…

Qualcuno ha per caso detto Hoppy Marzen?

E quindi… eccoci con la ricetta. Qualche attento lettore in passato mi ha contattato perché ha provato a riprodurre qualcuna delle mie ricette ed è rimasto soddisfato dal risultato, magari provate pure questa, così mi fate sapere. Anche questa volta mi sono aiutato con BrewFather che è un software troppo in gamba.          

Hoppy Märzen – la ricetta

  • 5.9% / 13.7 °P
  • 72% efficiency
  • Batch Volume: 23 L
  • Boil Time: 60 min
  • Mash Water: 17.12 L
  • Sparge Water: 14.84 L
  • Total Water: 31.96 L
  • Boil Volume: 27.48 L
  • Pre-Boil Gravity: 1.049

Vitals

  • Original Gravity: 1.055
  • Final Gravity: 1.010
  • IBU (Tinseth): 22
  • Color: 16.9 EBC

Mash

  • Temperature – 68 °C60 min

Malts (5.6 kg)

  • 2.6 kg (44.1%) – BestMalz Munich – Grain – 15 EBC
  • 2.6 kg (44.1%) – BestMalz Pilsen Malt – Grain – 3.5 EBC
  • 150 g (2.5%) – BestMalz Acidulated – Grain – 6 EBC
  • 150 g (2.5%) – BestMalz Aromatic – Grain – 65 EBC
  • 100 g (1.7%) – BestMalz Caramel Munich II – Grain – 120 EBC

Other (300 g)

  • 300 g (5.1%) – Briess Rice Hulls – Adjunct – 0 EBC

Hops(190 g)

  • 30 g – Mandarina Bavaria 8.5% – Boil – 20 min
  • 20 g – Hallertauer Mittelfrueh 4% – Boil – 20 min
  • 30 g – Mandarina Bavaria 8.5% – Aroma – 0 min hopstand
  • 20 g – Hallertauer Mittelfrueh 4% – Aroma – 0 min hopstand
  • 60 g – Mandarina Bavaria 8.5% – Dry Hop – 3 days
  • 30 g – Simcoe 13% – Dry Hop – 3 days

Miscs

  • 8 g – Irish Moss– Boil10 min

Yeast

  • 4 pkg – Fermentis W-34/70 Saflager Lager

Fermentation

  • Primary – 10 °C7 days
  • Primary – 14 °C1 days
  • Primary – 18 °C1 days
  • Primary – 20 °C – 1 days

Com’è andata la cotta?

E quindi, poiché il 23 aprile, ovvero il giorno della Marzen europea, io sarò in giro per affari miei con la mia famiglia a festeggiare un’altro tipo di anniversario, ho anticipato la cotta a ieri sera, giovedì 18 aprile, sempre nella speranza che Gugliemo di Baviera non se ne abbia a male.

La cotta è andata via in maniera molto scorrevole, e in questo momento che scrivo ho la schiena a pezzi e 20 litri di mosto a 10°. Ho inoculato il lievito e ho impostato l’AxHTherm per gestire le rampe del fast lager previsto, ho acceso il Plaato… e domani partirò per una breve vacanzina.

Giusto due cose da aggiungere.

tutto tace… per il momento.

Per gli homebrewer più ansiosi… tranquilli! Terrò tutto sotto controllo da remoto con l’ausilio di Brewfather che raccoglie tutti i dati inviati sia dall’AxHTherm che dal Plaato in un comodo grafico.

Per gli homebrewer più attenti… sebbene la ricetta prevedeva un volume finale di 23 litri, poco fa ho scritto che in fermentatore ho messo 20 litri. Considerando che circa un litro era schifezza del fondo della pentola che di solito lascio li… mancano due litri di mosto all’appello. Ma questa, cari miei amici, sarà lo spunto per un’altra fantastica storia…

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Briù HTML is born!

Briù HTML – l’etichetta

Ieri, sabato 16 marzo, mentre la famiglia era in altre faccende affacendata ho imbottigliato i 10 litri di Gruyt messi a fermentarte poco meno di due settimane fa, ultima e nuova creazione della Briù Officina.

Nella speranza di farla diventare una produzione stabile, cercherò di volta in volta di correggere il tiro o cambiare i mix di erbe da usare prendendo ispirazione dai migliori libri di botanica presenti, passati e senza tempo.

Come questi, per esempio.

Perché Briù HTML

Ho scelto come omaggio questo meta-linguaggio di programmazione, con cui combatto più o meno quotidianamente, per questa birra perché senza di esso probabilmente non sarei mai appassionato alla programmazione e specializzato fino a farlo diventare un lavoro. Non tanto per analogia: tra Gruyt e HTML non vedo troppe similitudini. Ma l’HTML ha sempre avuto si dagli esordi le stesse caratteristiche, ma nel tempo non è mai stato lo stesso: è cambiato, si è evoluto e si è adattato a tutti i contesti in cui veniva usato, ma è pur sempre rimasto se stesso. Un po’ come la birra: ripercorre stili, attraversa il tempo e si sposta tra mille nazioni con la stessa disinvoltura che ho io nel digitare freneticamente tasti a caso sulla tastiera… ma pur sempre birra rimane.

Un paio di note sulla fermentazione

Ecco un riepilogo della cotta secondo le stime, prese tutte al 100%, date da BrewFather.

ValueRecipe
Pre-Boil Volume13.94
Post-Boil Volume10.94


Boil Off per Hour3


Batch Volume10


Trub/Chiller Loss0.5


Bottling Volume8


Pre-Boil Gravity1.032


Original Gravity1.041


Final Gravity1.008


Alcohol By Volume4.3%


Apparent Attenuation79.9%


Mash Efficiency76%


Brewhouse Efficiency72%


Color11.4 EBC


Mash pH5.3


Incredibile come questo software riesca ad essere così affidabile e facile da utilizzare. Io non ci guadagno niente da questa pubblicità spudorata, ma lo stesso consiglio caldissimamente l’uso perché è veramente affidabile.

L’unica dolente di questa fermentazione, incredibile a dirsi, me l’ha data proprio il lievito, in fantomatico lievito US-05. Ho assaggiato un campione pre imbottigliamento e, nonostante la fermentazione condotta a 18°c costanti e la lunga sosta di 8 giorni di winterizzazione a 4°c, ho avvertito pesanti note di frutta matura e una velatura proprio fastidiosa. Insomma… credo proprio che sia arrivata l’ora di cambiare lievito secco di riferimento. A malincuore

Il priming

Come di routine ho effettuato il priming di 5 gr per littro direttamente in bottiglia con la siringa, e nello sciroppo di acqua e zucchero ho lasciato macerare 5 grammi di menta e un po’ di romarino (non tantissimo, perché da alcune prove effettuate ho trovato più gradevole la prevalenza della menta). E ora attendiamo il primo assaggio tra un paio di settimane.

Cosa possiamo aggiungere a quest’altra esperienza brassicola? Nient’altro che un bel Briù HTML is born di rito.

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Menta e Rosmarino

La nostra società moderna e consumista ci ha abituato all’idea che, al netto di alcune defezioni, avere un hobby è un obbligo fondamentale per ognuno di noi: dobbiamo sempre avere qualcosa da fare nel poco tempo libero a disposizione dopo aver sprecato già gran parte del nostro tempo lavorando. Almeno siamo liberi di, aperte le virgolette, scegliere, chiuse le virgolette, in base alle inclinazioni e risorse personali dove e come e quanto tempo e risorse investire nell’hobby selezionato. Che sia leggere, studiare, sudare, costruire, fare, brigare, segare etc etc… siamo noi mettere un po’ di noi stessi dentro il nostro hobby selezionato, fino al punto che, Tyler Durden insegna, le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

E dire che di hobby, nel corso degli anni, ne ho avuti e provati parecchi, dai più disparati sia per quanto riguarda contesti che abilità richieste: il basso elettrico, la cucina, la pallavvolo, il canto, la scrittura, il cinema, la radio, la fotografia, il disegno, lo yoga, la lettura… Hobby che nel tempo, chi più chi meno, sono tutti scivolati via e che hanno lasciato diversi strati indelebili su di me e sulla mia formazione.

E poi è arrivato l’HomeBrewing

Poi è arrivato l’HomeBrewing, che in qualche modo ha sconvolto tutte quelle abitudini che avevo prima e che ha totalizzato (quasi) completamente il mio tempo libero come un vero e proprio virus magnetico.

Date a un uomo una birra e ci perderà un’ora. Insegnategli a farsela da sé e ci perderà una vita intera.

The Home Brew Company

Girovagando per il web brassicolo si legge spesso questa frase. Si tratta di una frase fottutamente vera per quel che mi riguarda, e non ho problemi a riconoscere che il processo di produzione di una birra e tutto quello che è collegato tra studio, letture a tema, mi interessa molto di più del prodotto fatto e finito. In sintesi, provo molto più piacere e soddisfazione personale nel pensare / preparare / seguire tutte le fasi di una nuova produzione, che limitarmi al semplice stappare di una bottiglia. Tranne imbottigliare. Imbottigliare mi sta tremendamente sul cazzo.

Ma perché scrivo questo? Semplice: lo scopo principale di un hobby sta nel creare una piccola sosta, fatta prevalentemente di relax. Un appiglio, una valvola di sfogo contro le rotture di palle della routine o degli imprevisti che possono capitare. E visto che sono nel pieno trip delle citazioni, parafrasi e aforismi, dico che giovedì scorso una cotta ha salvato la mia vita: senza scendere troppo nei dettagli privati, ero in un’attesa di una notizia importante e nell’attesa ero andato completamente fuori di testa. L’unico modo che ho trovato per calmarmi, è stato quello di organizzare e fare la cotta che avevo schedulato per metà marzo. Fortunatamente è andato tutto bene.

Ok, finito il pistolotto introspettivo romantico e parliamo di homebrewing.

Cosa bolle in pentola?

Giovedì scorso 28 febbraio ho fatto la seconda cotta dell’anno. In maniera del tutto improvvisata, ho deciso e organizzato il tutto e mi sono chiuso in cantina e ho preparato il mosto di quella che sarà una nuova birra da mettere in catalogo nell’Officina Briù: ho fatto un Gruit.

Cos’è un Gruit?

Non perdo troppo tempo a spiegare cosa sono le Gruit Ales, perché c’è un sito apposta che lo sa fare decisamente meglio di me. Io al massimo mi limito a raccontare perché da tempo volevo realizzare una birra del genere. L’idea nasce dal realizzare una birra non convenzionale (evito di usare il termine sperimentale perché non ha molto senso) sopratutto nella scelta di alcuni ingredienti che vadano al di là di certi paletti che in qualche modo noi homebrewer ci siamo imposti.

jailbreak

Perché fare un Gruit?

Mi spiego meglio: ho già detto in più occasioni, che alla fine l’homebrewing è un hobby noioso, fatto di attese per certi versi infinite, sopratutto quando la magia che respiri nelle prime cotte sparisce lasciando spazio alla routine di ammostamento, bollitura e pulizia. E, diciamocelo, perdere una quantità di tempo indefinita tra cotta, preparazione, fermentazione ed imbottigliamento per poi bere la solita birra, alla lunga rompe le scatole. Nella stra-grande maggioranza dei casi siamo abituati a far girare tra noi homebrewer birre che, benché riuscite bene, avremmo potuto recuperare con meno sforzi e risorse direttamente dal beer shop di fiducia.

Ma ci hanno sempre detto che gli homebrewer sono artisti creativi in grado di spaziare ben oltre i paletti degli stili… eppure in giro io vedo sempre le stesse birre: minestroni di luppoli tropicaleggianti, mattoni da millemila gradi, malti speciali usati come panacea di tutti mali… Ho come l’impressione che a volte siamo noi stessi a chiuderci dentro alle pareti di una gabbia da cui vogliamo assolutamente evadere.

E infatti, reduce dal recente Beer Attraction 2019 di Rimini, dove sono andato un po’ alla ricerca di birre e stili difficili da reperire facilmente, ho maturato la convinzione di provare a fare una birra completamente senza luppolo grazie ad un interessante chiacchierata fatta con Monica Ceresa di Retorto mentre si parlava del loro capolavoro (mia modesta opinione) che va sotto il nome di Acqua Passata. E come primo tentativo ho voluto provare un mix di erbe molto comuni come salvia, alloro, menta e rosmarino.

Ecco quindi una ricetta, scritta con Brewfather, che è frutto di un interpretazione del tutto personale di un Gruit.
Ringrazio in particolare Luca Fusé, il fratello maggiore homebrewer che tutto vorremmo avere, per avermi sapientemente consigliato nella stesura della ricetta correggendo il tiro qua e là.

Gruit – la ricetta

4.3% / 10.2 °P
72% efficiency
Batch Volume: 10 L
Boil Time: 60 min
Mash Water: 15.92 L
Total Water: 15.92 L
Boil Volume: 13.94 L
Pre-Boil Gravity: 1.032

Vitals

Original Gravity: 1.041
Final Gravity: 1.008
IBU (Tinseth): 0
Color: 11.4 EBC

Mash

Temperature – 68 °C – 60 min

Malts (1.85 kg)

1.5 kg – Dingemans Pale Ale – Grain – 6.5 EBC
200 g – Briess Oats, Flaked – Grain – 2.8 EBC
100 g – Dingemans Biscuit – Grain – 44.5 EBC
50 g – BestMalz Aromatic – Grain – 65 EBC
Other (200 g)
200 g – Briess Rice Hulls – Adjunct – 0 EBC

Miscs

6.6 ml – Lactic Acid – Mash
10 g – Rosmarino – Boil – 30 min
10 g – Salvia in foglie – Boil – 30 min
4 items – Alloro in foglie – Boil – 5 min
5 g – Irish Moss – Boil – 5 min
5 g – Issopo – Boil – 5 min
10 g – Menta – Bottling
10 g – Rosmarino – Bottling

Yeast

2 pkg – Fermentis US-05 Safale American

L’idea che mi sono prefissato è quella di avere in mano una birra di facile bevuta, con note balsamiche e intense date dalla menta e dal rosmarino, ma che non risultasse piatta. Ho quindi arricchito il bouquet di aromi con salvia e alloro: tutti ingredienti che potenzialmente sono disponibili in casa.

Purtroppo non ho trovato l’issopo (ìssopo o issòpo, non lo so), fortemente consigliatomi da luca per le sue note balsamiche e le proprietà antisettiche molto simili a quelle del luppolo, e quindi ho fatto a meno. Anche il rosmarino ha una proprietà, seppur blanda, antisettica, e speriamo comunque di riuscire a godere di questa birra nel più breve tempo possibile.

Com’è andata la cotta?

La cotta è andata benissimo: nessun intoppo di nessun tipo e tutto nei parametri previsti e consigliati. Anche in questa cotta mi sono aiutato con BrewFather che si sta rivelando un vero e proprio affidabile compagno di cotta, e mentre l’applicazione si proeccupava di ricordarmi cosa fare e quando, io stavo con molta musica nelle orecchie e ho affrontato le ore di cotta e pulizia in maniera molto freneticamente serena, col pilota automatico mentre ero con un occhio sempre teso verso gli squilli del cellulare. Il momento che porterò con me per sempre di questa cotta sarà la sensazione provata nel momento in cui, appena terminato il raffreddamento, il telefono ha squillato portando la buona notizia che aspettavo, mentre in cantina si respirava un’aria di bosco pazzesca.
Ho finito di sistemare e pulire e mi sono concesso un po’ di sano e meritato riposo.

Ringraziamenti.

Ringrazio Luca Fusé per la pazienza e la disponibilità, anche per aver saputo interpretare al volo quello che confusionariamente avevo in mente mentre provavo a fare la ricetta.

E infine, come detto già, questa cotta non sarebbe dovuta nascere in queste condizioni, e da tempo speravo di trovare una birra da dedicare alla mia primogenita. Credo che in qualche modo giovedì scorso sia successa una magia: ho finalmente realizzato che se dalla mia vita sparissero lei, l’homebrewing e altre tre quattro persone e cose, sarei una persona inutile e senza alcun scopo di vita.

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Mi metto in tasca una piccola mela

A nessun homebrewer piace imbottigliare. Punto.

Si tratta decisamente della fase più noiosa dell’intero processo di produzione, soprattutto quando vieni abbandonato a te stesso e arrivi al punto di rimandare perché in cantina fa troppo freddo e la sera sei troppo stanco, e la mattina dei week-end hai sempre qualcosa di meglio da fare. Intanto la birra è lì ferma a 5°c nella camera di fermentazione e non ti ricordi nemmeno più quando ha raggiunto una FG stabile. Hai addirittura staccato il Plaato perché il suo grafico è una linea talmente piatta che non trasmette nessuna emozione e hai smesso di monitorare l’app perchè tra quei grafici leggi solo il desiderio di una birra che vuole essere imbottigiata… prima o poi.

L’imbottigliamento: facciamola breve.

Sia chiaro, non esiste un modo per velocizzare la pratica dell’imbottigliamento, soprattutto se un solo homebrewer deve pulire il locale, pulire le bottiglie, travasare la birra e imbottigliare, tappare, pulire… e poi di nuovo riporre e mettere tutto a posto. Ci fossero altre persone con te… ecco che l’imbottigliamento si trasforma in un occasione divertente per scambiare due cazzate tra una bottiglia e un tappo a corona… ma come ho detto: sono solo a soffrire su questa terra.

Giovedì mattina scorsa alle ore 8:00, come una specie di impiegato, ho quindi preso il coraggio a 4 mani… e ho imbottigliato. Avevo una sola esigenza: riporre 18 litri di birra il più velocemente possibile per via di una miriade di impegni che vedeva la mattina completamente occupata. E alle 10:00 avevo già finito! Tutto grazie ad una serie di piccole accortezze che ho imparato nel tempo che possono sembrare sciocchezze, ma che messe insieme possono fare la differenza in termine di tempo.

Le bottiglie

Su questo mi piace sempre giocare di anticipo. Ogni volta che apro una bottiglia, dopo aver versato la birra nel bicchiere, la lavo accuratamente con acqua calda e lascio scolare a testa in giù, dopodiché ripongo insieme alle altre bottiglie appoggiando sul collo della bottiglia il suo tappo, oppure un pezzo di carta stagnola, giusto per evitare che entri la polvere. Al momento dell’imbottigliamento faccio giusto una passata veloce di StarSan HB con il classico avvinatore per bottiglie che hanno tutti gli homebrewer, e lascio scolare nello scolabottiglie. Io riciclo gran parte delle bottiglie e prediligo il fomato da 500ml un po’ perché una 330ml non mi basta mai, un po’ perché così poi è più facile fare i conti a fine imbottigliamento dei litri stipati. E sopratutto perché 2 bottiglie da 500ml equivalgono a 3 bottiglie da 330ml… quindi già così riparmio qualcosa di tempo sulla fase di tappatura: avere meno bottiglie da tappare significa andare più veloce. Inoltre, prediligo le bottiglie con tappo meccanico: una volta fatto priming in bottiglia con la siringa, chiudo il tappo meccanico… e ho finito.

Travasare o non travasare? Questo è il problema.

Di solito effettuo un travaso della birra sifonando dall’alto dal fermentatore inox a un fermentatore di plastica dotato di rubinetto, dopo di ché attacco l’asta da travaso al rubinetto e riempio bottiglia per bottiglia fino a fine litri. Ho ormai preso l’abitudine di sterilizzare una hop bag che uso come calzino per il sifone per filtrare meglio la birra dal lievito esausto del fondo, e questo mi aiuta molto a recuperare quanto più prodotto possibile. Come dicevo all’inizio del post, ho avuto pochissimo tempo a disposizione e ho voluto provare ad imbottigliare senza travaso intermedio attaccando l’asta da travaso direttamente al tubo collegato al sifone. Un sacco di homebrewer fanno già così, elogiando praticità, velocità e risultato finale, e ho voluto provare anche io questo metodo. Ho predisposto su un ripiano posizionato più in basso rispetto al fermentatore tutte le bottiglie in un certo ordine e con molta praticità e velocità ho imbottigliato spostando semplicemente l’asta da una bottiglia all’altra. in 5 anni di homebrewing non l’avevo mai fatto… con calma, ma ci arrivo anche io. L’unica accortezza che ho avuto è stata quella di segnare, in modo tale da poterle riconoscere poi, la prima e l’ultima bottiglia riempita perché inevitabilmente sono quelle in cui la birra ha un po’ splashato o è arrivata un po’ ossigenata. Le userò come bottiglie di test per valutare la carbonazione. Mi dispiace ammetterlo, nonostante tutte le remore iniziali, mi sono trovato molto bene con questo metodo. credo di poter ottimizzare ulterioremente questa fase, e ho già in mente un paio di ottimizzazioni per la prossima volta.

Priming in bottiglia.

Il priming in bottiglia, ormai, è una pratica che ho adottato da un sacco di tempo e mi trovo troppo bene per abbandonarla. Per quel che mi riguarda ha troppi vantaggi, e principalmente il fatto di avere una consapevolezza vicina al 100% di quanto zucchero sto usando per fare priming, visto che solo al momento dell’imbottigliamento riesco a sapere quanti litri effettivi ho imbottigliato al netto delle perdite. Anche qui gioco un po’ in anticipo, il giorno prima di imbottigliare preparo una soluzione composta al 50% di acqua e e 50% di zucchero, e calcolo quanti ml servono per ogni eventuale formato di bottiglia, esattamente come spiegato nel video di Sgabuzen. Per velocizzare ulteriormente la cosa, mi sono stampato una tabellina in cui ipotizzo diversi priming in base al formato della bottiglia e così ho subito sotto l’occhio quanto ml di soluzione devo inserire in ogni bottiglia. Così non devo stare ogni volta a sclerare con i fogli di calcolo che non si aprono mai nel poco tempo che vorrei.

 3 gr/L4 gr/L5 gr/L6 gr/L7 gr/L8 gr/L9 gr/L10 gr/L
Bott. 330ml1.62.12.73.23.74.34.85.3
Bott. 660ml3.24.35.36.47.58.59.610.6
Bott. 500ml2.43.244.85.66.57.38.1
Bott. 750ml3.64.867.38.59.710.912.1

i valori sono espressi in millilitri.

La tappatura.

Qui c’è poco da fare… ci si mette il tempo che ci si mette. Ma come accennavo prima, prediligo molto le bottiglie da 500ml con tappo meccanico: sono oggettivamente molto più resistenti delle normali bottiglie e la guarnizione sul tappo, con la dovuta cura ed attenzione, non fa mai scherzi. Almeno a me non sono mai capitate bottiglie sfiatate e infette.

Le etichette

Purtroppo su questo punto nel tempo ho fatto marcia indietro. Adesso non lo faccio più ma una volta applicavo le etichette su ogni bottiglia con una certa cura e una certa dedizione che si vede che avevo tempo da buttare (non è vero, non ne avevo neanche allora, ma mi piace illudermi). Ho però sostituito le etichette con delle sigle sul tappo, e in caso di bottiglie con tappo meccanico, applico un adesivo che rimuovo subito dopo aver consumato la birra: incido una sigla e via. Un altro banalissimo trucco è anche quello di usare tappi di colore diverso per ogni cotta, almeno per vivacizzare un po’ la monotonia e per distinguere meglio le bottiglie… ma non è proprio necessario.

Applico l’etichetta, quella bella e colorata, sulle bottiglie solo in caso avessi la necessità di portare le birre in qualche occasione ufficiale, come dono ad amici parenti e ambasciatori italiani all’UNESCO.

Conclusioni

tutto il necessario, pulito, che ho usato per imbottigliare.

Come dicevo, giovedì ho imbottigliato la birra con succo di mele in circa due ore… giusto il tempo di ascoltare un best of di De Gregori su Spotify e per incidermi a caratteri cubitali in mente il fatto che la figlia del dottore sa cantare. E in questa foto si vede tutto il materiale che ho usato per imbottigliare: un fermentatore, un sifone, un tubo in silicone, una calzetta, una siringa, un gorgogliatore e pochissima altra roba. Con questo non sto dicendo che chi fa birra per volumi superiori ai miei… che imbottiglia in contropressione… o infusta… o chissà che altra diavoleria… fa male. Anzi… hanno tutta la mia invidia, perché io non ho il tempo (e gli spazi) che hanno loro da dedicare all’hobby. Beati voi!

Giusto due parole sulla birra: ho assaggiato un campione ed effettivamente non ho avvertito le note di mela che mi aspettavo, mentre dominava una secchezza nella bevuta nonostante la segale usata e un amaro da luppolo molto persistente. Il lievito usato alla fine mi è sembrato molto neutro e piacevole. Probabilmente l’assaggio è stato penalizzato fortemente dal fatto che le temperature erano veramente basse. Speriamo che la carbonazione migliori la bevuta, altrimenti mi tocca invitare un sacco di persone al prossimo bottling day, che ci sono 18 litri di birra da smaltire.

In ogni caso, Briù BASIC – apple edition – is back!

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