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Non c’è due senza tre

20 Novembre 2019 - il Blog, Ricette
Non c’è due senza tre

Lo scorso venerdì mi sono trovato assorto nei miei pensieri mentre cercavo di ricostruire il numero preciso di cotte fatte nella mia vita da homebrewer, cioè da quasi 6 anni a questa parte.

Di solito ho una memoria fottutamente eidetica, soprattutto per le stronzate. Basta un nonnulla per scatenare in me ricordi dettagliatissimi, oppure una parola detta in un certo modo o in un certo contesto per fare in modo che parta la citazione da un libro, un film o una serie tv.

Stranamente però, pensando alle cotte, ho fatto un po’ fatica a risalire a un numero certo o un giusto progressivo. Detto sinceramente non so nemmeno quante ne ho fatte nel 2019! Ma ci ho voluto provare lo stesso.

Prima di tutto mi sono messo a pensare di tutte le volte che mi sono chiuso in cantina (frase alquanto emblematica che uso quando concordo con mia moglie la serata della prossima cotta) e come se non bastasse ho provato ad includere nel totale anche le volte in cui sono stato in trasferta: a casa di amici ad aiutare o partecipare a fare cotte o altre situazioni in cui malti e luppoli si mescolavano insieme. Insomma… Dopo diversi minuti che non ne venivo a capo di Quella volta… e poi quell’altra volta… e quell’altra volta ancora… ho deciso di lasciar perdere e lasciarmi andare, una volta ogni tanto, all’ebrezza dell’approssimazione senza provare l’inutile senso di colpa e senso di inferiorità nei confronti di amici homebrewer che sanno con precisione atomica il numero delle volte che hanno scaldato, bollito, raffreddato, fermentato e imbottigliato ogni produzione nella loro vita.

Alla fine ho optato per fare cifra tonda sensatamente ragionevole ipotizzando il numero 40, un po’ come i miei anni, anche perché ero molto indaffarato a fare una cotta, per l’appunto: la mia IGA. Quindi questa cotta che numero la consideriamo? la quarantesima o la quarantunesima?… ARGH!!!

So con certezza che ho messo in pentola la terza versione della mia IGA, Italian Grape Ale con mosto di Gattinara, di cui ho parlato talmente tante volte su questo blog che, ammetto, anche io provo un po’ di nausea.

Altra certezza è che la versione del 2018 è stata, a mio avviso, la migliore birra prodotta in casa da quando ho questa ossessione spacciata per hobby.

Diamo un’occhiata alla ricetta aggiornata.

Italian Grape Ale con mosto di Gattinara

Non ho poi cambiato tanto, rispetto alla versione dell’anno scorso. Stesso mosto, stessa OG e stessa ricetta, più o meno. Le modifiche fatte sono state piccole, e sono le seguenti:

E per rispettare la tradizione, ecco la ricetta ricavata da BrewFather.

Vitals

Mash

Malts (4 kg)

Other (800 g)

Hops (30 g)

Miscs

Yeast

Tutto molto bello e tutto molto lineare. Le modifiche effettuate sono servite più a provare a correggere il tiro.

Com’è andata la cotta.

AxHTherm e FastLager. E niente più.

Per sbaglio apposta (o apposta per sbaglio) ho macinato i grani molto finemente, e come side-effect dubito di riuscire a ottenere la stessa limpidezza dell’anno scorso. Del resto, non ho granché da segnalare su questa cotta: tutto è andato come doveva andare nella migliore delle tradizioni, a conferma del fatto che ormai sia procedimento che preparativi sono processi oliati e collaudati alla (mia) perfezione. Ho cominciato la cotta intorno alle 21.00 e verso mezzanotte ero pronto per la bollitura con immensa voglia di andare a letto: ho rischiato un paio di volte il boil-over, ma fortunatamente ero ancora sveglio e sono riuscito ad agire in tempo.

Verso la fine della bollitura ho unito i due mosti, fato bollire per 10 minuti insieme al Cascade e poi proceduto al raffreddamento. A differenza delle volte scorse, non ho aspettato che il mosto raggiungesse la temperatura giusta di inoculo (con almeno 5-6 ore in camera di fermentazione), ma ho inoculato il lievito direttamente a 20° e poi spostato tutto al fresco, contando sul fatto che il tempo che impiega il mio frigorifero per giungere a temperatura prevista per la fermentazione è sicuramente inferiore rispetto al lag di adattamento e riproduzione del lievito. Prima di chiudere il fermentatore ho preso un campione del mosto per misurare la densità, ho poi avvolto il tutto con una maglietta per facilitare il raffreddamento e la tenuta della temperatura, ho infilato il caro vecchio gorgogliatore, quello analogico, non quello digitale che da diversi mesi dorme nella sua scatolina sbrilluccicosa… e con la schiena provata, me ne sono andato a nanna, finalmente.

Un paio di parole su Plaato.

A proposito di gorgogliatore analogico e gorgoliatore digitale: Io sono stato uno dei primi in Italia ad avere il Plaato e a utilizzarlo. Ne sono sempre stato abbastanza entusiasta e a chi mi chiede informazioni in merito mi sento sempre di consigliarlo, al netto di tutti i suoi pro e i suoi contro, e anche di questo ne ho parlato talmente tante volte che farlo anche qui… mi annoia.

Qualche lettore mi ha chiesto come mai nelle ultime cotte non ho menzionato l’uso del gorgogliatore intelligente e siccome anche in questa cotta ho deciso di non utilizzare il Plaato provo a dire in due righe e non di più sulla questione giusto per dovere di cronaca.

Il Plaato è un ottimo strumento per imparare a conoscere le dinamiche e il comportamento di un lievito. E una volta che si è compreso il tempo in cui si svolge la fase tumultuosa della fermentazione, oppure quello in cui un lievito arriva ad attenuazione finale, ecco che avere un grafico colorato con aggiornamenti costanti risulta completamente inutile.

Ho scelto di non usare il Plaato in queste ultime cotte perché ho utilizzato tutti lieviti che conosco bene e che non mi riservano soprese sul comportamento, e, ripeto, avere un sistema di monitoraggio costante non serve. Siccome non è la prima volta che faccio una bassa fermentazione con questo lievito e con il metodo fast lager, so già cosa presumibilmnete succederà. Quando farò una cotta con un lievito nuovo per me, per prima cosa monterò il Plaato, ma fino a quel momento non ne sento per nulla il bisogno.

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