Da qualche parte in garage, in cantina o in fondo a uno scaffale avete ancora un vecchio fermentatore ingiallito, un gorgogliatore che non usate dal 2008, una tappatrice che sembra uscita da un museo della meccanica o quel densimetro che “prima o poi potrebbe sempre servire”. Confessatelo.
E fate bene a non buttarli.
Perché ogni homebrewer è anche un po’ accumulatore seriale. Ma, per una volta, forse non è un difetto.
L’homebrewing italiano ha una storia fatta di esperimenti improbabili, pentole prese in prestito dalla nonna, impianti autocostruiti con fantasia e fascette da elettricista, software che giravano su Windows XP e accessori che all’epoca sembravano fantascienza e oggi fanno tenerezza.
Sono oggetti che raccontano un’epoca. Hanno visto fermentazioni esplosive, cotte memorabili, errori clamorosi e, soprattutto, migliaia di persone innamorarsi della birra fatta in casa.
Eppure, lentamente, stanno sparendo.
Finiscono in discarica, vengono regalati, dimenticati in soffitta o sostituiti dall’ultima novità tecnologica. E con loro scompare un piccolo pezzo della nostra storia.
Per questo nasce questo post.
L’idea è semplice: recuperare, raccontare e celebrare tutti quegli oggetti, quelle tecniche e quelle strane invenzioni che hanno accompagnato la crescita dell’homebrewing italiano.
Non sarà un esercizio di nostalgia. Sarà un modo per ricordarci da dove siamo partiti… e magari far sorridere chi, leggendo, esclamerà: “Aspetta… io ce l’ho ancora!”.
Cominciamo dall’inizio.
La Solar Project: quando una pompa diventava un progetto
A un certo punto, nell’homebrewing, non bastava più avere una pentola. Bisognava far girare il mosto. E qui entrava in scena lei: la Solar Project, una piccola pompa a 12 volt che per parecchi anni è stata praticamente un oggetto di culto tra gli homebrewer. Economica, compatta e capace di lavorare con liquidi caldi, diventava il cuore di improbabili sistemi di ricircolo, spesso assemblati con una quantità di tubi, raccordi, rubinetti e fascette che avrebbe fatto impallidire un idraulico. La pompa, da sola, era solo l’inizio: poi arrivava l’alimentatore regolabile, il controller, magari il PWM per controllarne la velocità e, naturalmente, la domanda fondamentale: “Come faccio a integrarla nel mio impianto?”. In quegli anni la tecnologia dell’homebrewing era ancora una faccenda molto artigianale: non compravi un sistema che faceva il ricircolo, ti compravi una pompa e ti costruivi un sistema che faceva il ricircolo. La Solar Project è uno di quegli oggetti che raccontano perfettamente il passaggio dall’homebrewer con pentola e mestolo all’homebrewer che iniziava a guardare la propria cotta come un piccolo impianto industriale. Con la differenza che l’impianto industriale aveva meno fascette.
La Solar Project era il mero pretesto per la grande chimera dell’automazione. Si cominciava dalla Solar Project e in un battito di ciglia veniva fuori il PID.
HERMS: cosa diavolo stavamo costruendo?
A un certo punto l’homebrewer medio decise che avere tre tini, in fondo, era una soluzione un po’ troppo semplice. Servivano almeno 4 pentole.
E così arrivò l’HERMS, acronimo di Heat Exchanged Recirculating Mash System: un sistema in cui il mosto viene continuamente ricircolato attraverso una serpentina immersa in una seconda pentola piena d’acqua calda, per controllare con precisione la temperatura dell’ammostamento.
Detta così sembra una cosa seria. E, tecnicamente, lo era.
Nella pratica significava avere due pentole, una pompa, metri di tubo, una serpentina, un paio di sonde, un PID, rubinetti, raccordi e una quantità di fascette probabilmente superiore al necessario. E questo solo per il mash.
La Solar Project poteva essere la pompa incaricata di far girare tutto questo ambaradan ma i più scafati avevano la la pompa magnetica con la rotante in alluminio.
Il concetto era semplice: invece di mettere il fuoco direttamente sotto il mosto, lo facevi passare attraverso il calore dell’acqua e lo riportavi continuamente sul letto di trebbie. Il PID controllava la temperatura e tu potevi finalmente sentirti autorizzato a pronunciare frasi come “devo ancora mettere a punto il loop di ricircolo” mentre producevi 23 litri di birra nel garage.
Era l’epoca in cui l’homebrewing stava diventando sempre più tecnologico, ma la tecnologia non si comprava già pronta: si progettava, si modificava, si assemblava e, soprattutto, si raccontava sul forum.
E spesso, a fine giornata, rimaneva una domanda fondamentale: ma non potevamo semplicemente usare una pentola?
Il PID: perché un termometro non era più sufficiente
Poi arrivava lui, il già citato PID: Proportional–Integral–Derivative controller: un regolatore elettronico capace di controllare automaticamente una temperatura: legge continuamente la sonda e decide quanto intervenire sul riscaldamento per mantenere il valore impostato. Una meraviglia, insomma. Peccato che, nell’homebrewing di quegli anni, significasse anche un altro scatolotto da comprare, una sonda da infilare nel posto giusto, relè, cavi, morsetti e una buona dose di “tranquillo, so quello che sto facendo”. Il PID diventava il cervello dell’impianto: tu impostavi, per esempio, 65 °C e lui cercava di mantenere il mash a quella temperatura compensando continuamente le variazioni. Abbinato a una pompa Solar Project e a un sistema HERMS, trasformava una semplice pentola in qualcosa che assomigliava sempre più a un piccolo impianto da birrificio. Naturalmente tutto questo per arrivare al risultato finale: 23 litri di birra. Ma vuoi mettere la soddisfazione di sapere che quei 23 litri sono stati prodotti con un sistema di controllo termico che, almeno sulla carta, avrebbe potuto gestire un processo industriale?
Ma poi la domanda e la discussione era sempre dietro l’angolo: ma dove va messa la sonda? In basso? in alto? in mezzo? Ricordo discussioni fiume allucinanti piene di mega pippe mentali per cui tra sopra e sotto c’erano differenze di temperature con un delta di 0.5 centigradi. IN-TOL-LE-RA-BI-LE.
Il filtro bazooka: quando il mosto doveva uscire dalla pentola, ma non troppo
Prima o poi arrivava il momento in cui il semplice rubinetto sul fondo della pentola non bastava più. Bisognava trovare un modo per far uscire il mosto lasciando dentro, possibilmente, una buona parte di trebbie, luppolo e altri simpatici detriti della cotta. Ed ecco comparire lui: il filtro bazooka. C’era un periodo che se non avevi almeno un filtro bazooka ricavato da cavi idraulici in acciaio AISI316 eri uno stronzo: un tubo corto in acciaio inox, generalmente forato o dotato di una rete metallica, collegato al rubinetto interno della pentola. Il principio era talmente semplice da sembrare quasi offensivo: il mosto passa attraverso il filtro, mentre tutto il resto dovrebbe rimanere nella pentola. Per anni è stato uno degli accessori più diffusi negli impianti homebrewing, soprattutto quando si cominciava a passare dalla pentola “nuda e cruda” a sistemi più evoluti. Era economico, facile da installare e dava immediatamente alla tua pentola un’aria molto più professionale. Naturalmente aveva anche dei piccoli difetti: poteva intasarsi, soprattutto con grandi quantità di luppolo o con certi grani, e quando decideva di farlo lo comunicava nel modo più elegante possibile: il mosto smetteva semplicemente di uscire. A quel punto iniziavano le manovre di emergenza: soffiare nel tubo, mescolare, aprire e chiudere il rubinetto, scuotere la pentola e, alla fine, guardare il bazooka con un misto di odio e rispetto. Il filtro bazooka appartiene a quella generazione di accessori che hanno trasformato una semplice pentola in un vero impianto di produzione. Un pezzo di acciaio inox lungo una ventina di centimetri, insomma, capace di farci sentire tutti un po’ più birrai.
Le “pentole del crucco”.
Prima degli impianti All-in-One, prima delle pentole con controller digitali e programmi preimpostati, c’erano loro: le pentole del crucco. Il nome, affettuosamente poco politically correct, indicava delle pentole in alluminio da comprare, su eBay, se non ricordo male, da un venditre tedesco, per l’appunto e che per una generazione di homebrewer italiani diventarono improvvisamente delle perfette pentole per fare birra. Il motivo era semplice: costavano relativamente poco, avevano una buona capacità e, soprattutto, permettevano di fare All Grain senza dover trasformare la cucina in una centrale termoelettrica. E poi via di modifiche, rubinetti, filtri bazooka, sonde, controller e qualunque altra cosa servisse a trasformare una pentola per conserve in un impianto brassicolo. Le discussioni sui forum erano infinite: “Quanti litri tiene davvero?”, “Meglio questa o quella da 27 litri?”, “Qualcuno ha già montato il bazooka?”. E quando finalmente arrivava il giorno della cotta, quella pentola buona solo per fare la marmellata diventava ufficialmente il cuore del tuo birrificio domestico. Le pentole del crucco rappresentano perfettamente lo spirito dell’homebrewing di quegli anni: non avevamo ancora tutto l’hardware già pronto, quindi guardavamo un oggetto qualsiasi e pensavamo: “Sì, ma se ci faccio la birra?”.
Il mulino Corona: perché comprare un mulino quando puoi modificare quello per il mais?
Se c’è un oggetto che dovrebbe avere un posto d’onore nel Museo dell’Homebrewing, è lui: il mulino Corona. Un macinino manuale nato per tutt’altro scopo, utilizzato tradizionalmente per macinare cereali e mais, che a un certo punto qualcuno ha guardato e ha pensato: “Ma se ci macinassi il malto?”. E da lì non c’è stato più ritorno. Il Corona era economico, robusto, completamente manuale e soprattutto modificabile. Bastava regolare la distanza tra i rulli — o, più precisamente, tra le superfici di macinazione — e poteva diventare il mulino ufficiale dell’homebrewer fai-da-te. Il problema era che il risultato della macinazione non era esattamente quello che oggi ci aspetteremmo da un mulino moderno: più che una raffinata frantumazione del chicco, spesso sembrava di assistere a una lotta personale tra il malto e una macchina per fare la farina. Eppure funzionava. Con un po’ di pazienza, qualche modifica e parecchie manovelle, permetteva di macinare in casa i propri grani e fare il salto definitivo verso l’All Grain. Naturalmente, dopo la prima cotta, arrivava subito il passo successivo: “E se ci mettessi un trapano?”. Ed ecco il Corona trasformarsi da semplice macinino manuale in un rudimentale attrezzo industriale, con il malto che entrava da sopra e il trapano che urlava come se stessimo costruendo una turbina. Il bello del Corona non era soltanto il suo prezzo o la sua efficacia: era quello che rappresentava. Non compravi un mulino da homebrewing. Prendevi un oggetto nato per macinare il mais e lo convincevi a fare la birra. E in questo, forse, c’è tutta l’essenza dell’homebrewing della vecchia scuola.
A tal proposito, vogliamo parlare anche di chi modificava la macchina per la pasta? anche no, dai…
Plaato: quando anche il fusto aveva bisogno di uno smartphone
A un certo punto l’homebrewer ha smesso di accontentarsi di sapere se la birra stava fermentando. Voleva sapere esattamente quanto stava fermentando, quanto alcol aveva prodotto, quanta birra rimaneva nel fusto e possibilmente ricevere una notifica sul telefono. È in questo clima che arriva Plaato, con il suo sistema di monitoraggio per la fermentazione e, soprattutto, con Plaato Keg, una bilancia intelligente pensata per sapere quanta birra rimane nel fusto senza doverlo sollevare, pesare o, peggio ancora, aprire. Il concetto era meravigliosamente moderno: sensori, collegamento wireless, app sullo smartphone e dati sempre disponibili. Dopo decenni passati a scuotere delicatamente il fermentatore chiedendosi “secondo te ha finito?”, finalmente potevamo avere un grafico. E naturalmente non bastava più sapere che nel keg c’erano ancora cinque litri: bisognava saperlo in tempo reale, da remoto, possibilmente mentre eravamo al supermercato. Plaato rappresenta bene una nuova fase dell’homebrewing: quella in cui l’autocostruzione e l’improvvisazione cominciano a lasciare spazio alla tecnologia consumer, agli smartphone e all’Internet of Things. È quasi il passaggio generazionale tra il mulinoCorona e l’All-in-One: prima costruivamo tutto con quello che trovavamo, poi abbiamo cominciato a comprare sensori per controllare quello che avevamo appena costruito. Il progresso, insomma. Anche se, alla fine, la domanda fondamentale rimaneva la stessa: “Quanta birra è rimasta?”
Inutile dire che a parte un boom iniziale il progetto è ormai chiuso da tempo. E indovina un po’ chi ha uno dei primi Plaato comprato tramite un crowdfounding?
BrewPlus: quando anche la birra aveva bisogno di Excel
Se la Solar Project rappresentava il momento in cui l’homebrewer cominciava a complicarsi la vita con l’hardware, BrewPlus era la sua controparte software. Un programma italiano nato per aiutare a progettare e gestire le ricette, calcolare quantità, efficienza, OG, IBU, colore e alcol e, soprattutto, dare all’homebrewer l’illusione che tutto fosse perfettamente sotto controllo. Perché una cosa era fare una birra: un’altra era progettare una birra. E BrewPlus permetteva di farlo davanti al monitor, spesso con un’interfaccia che oggi definiremmo “vintage” e che all’epoca sembrava invece tremendamente professionale. Si potevano inserire malti, luppoli, mash, bollitura e parametri vari e ottenere numeri che trasformavano una ricetta da “metto un po’ di questo e un po’ di quello” in una specie di progetto ingegneristico. E naturalmente, una volta terminata la cotta, se l’OG non coincideva con quella prevista dal programma, iniziava la parte più divertente: capire se avevi sbagliato tu, il programma, il densimetro o, più probabilmente, tutto contemporaneamente. BrewPlus appartiene a quella generazione di strumenti che hanno contribuito a trasformare l’homebrewing italiano da semplice hobby domestico a disciplina sempre più tecnica, fatta di numeri, formule, efficienze e fogli di calcolo. Insomma: prima avevamo imparato a fare la birra. Poi abbiamo sentito il bisogno di calcolarla.
E quanti calcolatori abbiamo visto nella nostra carriera da homebrewer? Chi ad un certo punto non si era fatto il suo? Meno male che è arrivato BrewFather…
AreaBirra: prima c’erano i forum
Prima dei gruppi Facebook, prima dei video su YouTube e prima che bastasse chiedere a un’intelligenza artificiale come correggere un mash troppo basso, c’erano i forum. E tra quelli che hanno accompagnato la crescita dell’homebrewing italiano c’era AreaBirra. Per molti anni è stata una vera piazza virtuale: ricette, tecniche, problemi di fermentazione, concorsi, attrezzature e soprattutto una quantità impressionante di discussioni sull’autocostruzione. Nel 2016 il forum contava quasi 6.000 iscritti, numeri che per una comunità di homebrewer erano tutt’altro che trascurabili. Ma la cosa più interessante era quello che succedeva dentro quelle discussioni: si progettavano impianti, si modificavano pompe, si costruivano sistemi di controllo della temperatura e si condividevano esperimenti che spesso partivano da un semplice “secondo voi si può fare?”. AreaBirra era anche un luogo fisico, non soltanto virtuale: gli utenti organizzavano incontri e portavano le proprie birre per assaggiarle insieme. Oggi quelle discussioni sono difficili da recuperare e il forum è ormai un pezzo di archeologia digitale. Ed è in parte un peccato, perché lì dentro non c’erano soltanto post e nickname: c’era una parte della storia di come gli homebrewer italiani hanno imparato a fare la birra. C’erano pure una sacco di coglioni, eh. E per certi versi meglio che sia andata così.
C’era anche il Forum della Birra, che poi approdò su Facebook. per poi morire anche lì.
«Non aprire quel fermentatore»: la frase da tatuarsi in fronte.
C’è stato un periodo in cui l’homebrewing italiano poteva essere riassunto in poche, semplici regole. Una di queste era: non aprire quel fermentatore. Mai. Per nessun motivo. Se possibile, nemmeno guardarlo troppo intensamente. Il fermentatore era una specie di camera oscura nella quale la birra conduceva la propria vita in completa autonomia e noi, dall’altra parte, potevamo soltanto aspettare. Ma l’homebrewer è curioso per natura, e dopo 36 ore iniziava il tormento: “Secondo voi ha già fermentato?”, “La schiuma è normale?”, “È possibile che abbia finito?”. E qualcuno, inevitabilmente, apriva. Seguivano fotografie, domande sul forum e risposte perentorie: “NON APRIRE IL FERMENTATORE!”. Il problema era che, ogni volta che aprivi il coperchio, entravano ossigeno, potenziali contaminanti e soprattutto una quantità di ansia che nessun lievito avrebbe saputo gestire. Oggi abbiamo fermentatori trasparenti, sensori, sonde, airlock evoluti e sistemi che ci permettono di monitorare tutto senza disturbare la birra. Ma una volta il controllo del processo consisteva soprattutto nel resistere alla tentazione di sollevare il coperchio. E forse è proprio questo il vero reperto da museo: non un oggetto, ma quel momento universale in cui un homebrewer, davanti a un fermentatore chiuso, si ripeteva per l’ennesima volta: “Non lo apro. Non lo apro. Non lo apro…”.
Volevi apparire come uno bravo? Bastava metere in una discussione l’ansiogeno memento. Ed era subito Troisi in Non ci resta che piangere.
BrewingFriends, Sgabuzen e Zelig: quando l’homebrewing arrivò su YouTube
Prima che YouTube diventasse il posto dove guardare il video di qualcuno che apre una confezione di malto per la prima volta, c’era già una piccola comunità di homebrewer italiani che aveva deciso di mettere una telecamera davanti alla propria cotta. Tra i nomi che hanno fatto la storia di quella prima generazione ci sono BrewingFriends, Sgabuzen Homebrewing e Zelig Planet. Non erano semplicemente canali YouTube: erano una specie di televisione brassicola fatta in casa, con produzioni decisamente meno patinate di quelle a cui siamo abituati oggi, ma proprio per questo tremendamente autentiche. BrewingFriends raccontava l’homebrewing quasi dalle fondamenta: dalle prime esperienze con i kit fino alla crescita tecnica dell’homebrewer, tanto che ancora anni dopo veniva ricordato come uno dei canali attraverso cui moltissimi italiani avevano iniziato a fare birra. Sgabuzen, nato nel giugno 2011, portava invece una componente molto più tecnica: tutorial, automazione, personalizzazione degli impianti, videoricette e approfondimenti, con quell’approccio scientifico che lo ha trasformato in uno dei riferimenti più riconoscibili della scena. E poi c’era Zelig Planet, con Corrado e il suo modo molto più personale di raccontare cotte, esperimenti e vita da homebrewer: tanto che ormai è un meme il suo annunciare la fine di fare birra in casa, per poi tornare puntualmente con un nuovo video.
Tre modi diversi di raccontare la stessa passione, quando ancora per imparare a fare una birra non bastava cercare un tutorial da cinque minuti. Bisognava seguire una serie di video, aspettare il caricamento, prendere appunti e magari tornare sul forum a chiedere chiarimenti. E proprio per questo quei video oggi hanno un valore che va oltre il loro contenuto: sono la documentazione di una comunità che stava imparando a raccontarsi da sola. La cosa bella è che, mentre oggi parliamo di creator, content strategy e personal branding, loro stavano semplicemente facendo una cosa molto più semplice: facevano birra, accendevano la telecamera e ci facevano entrare in casa loro.
Fortunatamente con tutti loro ho avuto il piacere di stringere sinceri rapporti di amicizia. Ogni tanto ci sentiamo ancora, ed è sempre bello.
La siringa vaccina-polli: quando il priming diventò una sparatoria
A un certo, se non ricordo male dal Forum della BIrra, o in posti simili, qualcuno ebbe un’idea geniale: e se invece di mettere lo zucchero nel fermentatore lo sparassimo direttamente nelle bottiglie? La soluzione arrivò sotto forma di un oggetto che nessun catalogo per homebrewer avrebbe mai avuto il coraggio di chiamare con il suo vero nome: la siringa vaccina-polli. Si trattava di una pistola dosatrice utilizzata in ambito veterinario per somministrare rapidamente dosi di medicinale agli animali, che gli homebrewer scoprirono essere perfetta per dosare la soluzione di priming bottiglia per bottiglia. Si impostava la quantità, si infilava il tubicino nel recipiente con acqua e zucchero e, spara!, una dose precisa direttamente nella bottiglia. L’idea prese piede soprattutto grazie a personaggi come Giovanni Sgabuzen Iovane, fino a diventare per un periodo una specie di oggetto obbligatorio: se facevi homebrewing e non ne avevi una, probabilmente qualcuno te ne avrebbe consigliata una entro le prime tre discussioni sul forum. Il problema era che la siringa aveva un carattere piuttosto permaloso: funzionava benissimo finché funzionava. Poi poteva iniziare a diventare dura, incepparsi o richiedere una manutenzione degna di un piccolo motore diesel. C’è chi la adorava e chi, dopo qualche utilizzo, tornava mestamente alla vecchia siringa da farmacia. Eppure rappresenta perfettamente una certa filosofia dell’homebrewing: se esiste un oggetto costruito per fare un’altra cosa che può essere adattato alla produzione della birra, prima o poi qualcuno lo farà. Perché noi non avevamo bisogno di attrezzatura specifica. Avevamo bisogno di una soluzione. E possibilmente di una soluzione che facesse anche spara!
E da lì poi partivano le infinite discussioni su come calcolare il priming. Madonna santissima quanti cazzo di byte sono stati sprecati in merito…
Birramia: il posto dove iniziava il viaggio
Prima o poi, nella vita di quasi ogni homebrewer italiano, arrivava il momento di aprire Birramia. Non importa se eri ancora nella fase “provo a fare un kit e vediamo cosa succede” oppure se avevi già iniziato a parlare con disinvoltura di OG, IBU e mash-out: prima o poi ti ritrovavi davanti a quel catalogo infinito di fermentatori, pentole, malti, estratti, luppoli, lieviti, raccordi e accessori dei quali, fino a cinque minuti prima, ignoravi completamente l’esistenza. Le tracce sui forum mostrano che Birramia era già un riferimento per gli homebrewer italiani alla fine degli anni Duemila: nel 2009 si discuteva dei suoi kit di attrezzatura e nel 2010 veniva consigliata ai principianti come uno dei modi più semplici per iniziare a fare birra in casa. Io stesso ho preso su BirraMia i miei primi fermentatori. E forse il suo ruolo più importante è stato proprio questo: accorciare la distanza tra “vorrei provare” e “ok, ho ordinato il fermentatore”. Per una generazione di homebrewer, il negozio online era anche una specie di corso per corrispondenza: guardando il catalogo imparavi che esistevano l’estratto, l’E+G, l’All Grain, decine di varietà di luppolo, lieviti liquidi, mulini, densimetri e una quantità apparentemente infinita di strumenti indispensabili per produrre 23 litri di birra in cucina. E naturalmente il catalogo aveva un effetto collaterale inevitabile: entravi per comprare un kit e uscivi con un ordine da 147 euro, chiedendoti ancora cosa fosse quel raccordo in acciaio inox che avevi aggiunto al carrello. Birramia, insomma, non era soltanto un negozio: per molti è stata una delle porte d’ingresso all’homebrewing moderno italiano. E per questo, in un museo dell’homebrewing, meriterebbe probabilmente una teca tutta sua. Virtuale, possibilmente: sarebbe complicato esporre un vecchio carrello della spesa pieno di raccordi.
Il metabisolfito di potassio: l’acqua santa dell’homebrewer
C’era un tempo in cui, prima ancora di pensare alla ricetta, alla temperatura del mash o al luppolo da usare, c’era una domanda fondamentale: “Hai sanitizzato?”. E nella risposta compariva quasi sempre lui, il metabisolfito di potassio. Per anni è stato uno dei prodotti immancabili nell’armamentario dell’homebrewer italiano: si scioglieva in acqua e con quella soluzione si trattavano fermentatori, bottiglie, tubi, tappi, attrezzature e praticamente qualsiasi cosa avesse anche solo lontanamente intenzione di entrare in contatto con la birra. Il suo caratteristico odore sulfureo diventava così familiare che bastava aprire il barattolo per sapere che era ufficialmente iniziata la giornata della cotta. Naturalmente il metabisolfito aveva anche una funzione psicologica: se tutto era stato immerso, spruzzato, risciacquato e nuovamente trattato, allora la contaminazione non poteva più esistere. O almeno così ci piaceva pensare. E guai a dimenticare un attrezzo: partiva immediatamente la caccia alla bottiglia di soluzione, con l’homebrewer che si trasformava in una specie di sacerdote della sanificazione. Oggi abbiamo prodotti specifici per la sanitizzazione, molti dei quali più pratici e senza risciacquo, ma il metabisolfito rimane uno dei simboli della vecchia scuola: un sacchetto di polvere bianca, un secchio d’acqua e la convinzione che, se la birra è venuta male, almeno non è colpa dei batteri. E secondo me qualche venditore ancora lo propone, incluso nei kit per iniziare. Che tempi…
E vogliamo parlare dei Blog?
Impossibile risalire a tuti i blog che sono nati e che sono chiusi. Di fatto anche questo blog ormai, è assimilabile all’archeologia.
«Progettare grandi birre»: quando fare una ricetta non era più sufficiente
Prima o poi arrivava il momento in cui il semplice “ho trovato una ricetta su Internet” non bastava più. Volevi capire perché quella birra fosse fatta in quel modo. Ed è qui che entravano in scena i libri. Tra quelli che hanno avuto un peso importante nella crescita tecnica degli homebrewer c’è «Progettare grandi birre», l’edizione italiana di Brewing Better Beer di Ray Daniels. Non era il classico libro con cinquanta ricette da copiare: il messaggio era molto più ambizioso. Bisognava imparare a progettare una birra partendo dallo stile, dagli ingredienti, dall’acqua, dalla tecnica e dal risultato che si voleva ottenere. Per l’homebrewer della vecchia scuola era quasi una rivelazione: improvvisamente quel sacco di malto e quei 100 grammi di luppolo non erano più semplicemente “gli ingredienti”, ma variabili di un progetto. E così cominciavano le analisi dello stile, le discussioni sull’acqua, le percentuali dei malti, le aggiunte tardive di luppolo e tutto quel meraviglioso mondo nel quale potevi passare tre ore a progettare una birra che poi avresti bevuto in venti minuti. Ma è proprio questo il punto: libri come questo hanno contribuito a far crescere l’homebrewing italiano, spostando l’attenzione dalla semplice riproduzione di una ricetta alla comprensione del processo creativo e tecnico che c’è dietro una birra. Un vero reperto da museo, possibilmente con qualche pagina sottolineata, macchiata di mosto e con un segnalibro ancora fermo sulla ricetta che, ovviamente, “prima o poi proverò”. Il libro è diviso in due parti, la prima è prettamente tecnica, dove vengono spiegati concetti tutt’ora attuali, anche se avrebbero bisogno di piccoli ritocchi. La seconda parte, per lo più dedicata agli stili birrari, oggi come oggi, per me è assolutamente superata.
Il prossimo pezzo?
Se leggendo questo articolo ti è venuto in mente un vecchio accessorio, una fotografia di una cotta, una ricetta scritta a mano, una maglietta di un concorso, un catalogo, un software dimenticato o qualsiasi altra reliquia dell’homebrewing… raccontamela.
L’obiettivo è costruire, articolo dopo articolo, una specie di Museo dell’Homebrewing Italiano. Magari resterà solo un museo virtuale. Magari un giorno diventerà qualcosa di più.
In fondo, tutti i musei iniziano allo stesso modo: qualcuno guarda un vecchio oggetto e decide che non è soltanto roba vecchia.
È storia.
E la nostra, sinceramente, merita di essere raccontata.


2 pensieri su “Il Museo dell’Homebrewing (che ancora non esiste)”
Eh, quanti bei ricordi, hai proprio ragione!
Da sostenitore storico del BIAB, non posso non ricordare le prime sacche fatte coi materiali più improbabili (tipo le federe del cuscino…) e poi quelle fatte su misura in poliestere comprate online all’estero da Custom Biab (forse ne ho ancora una da qualche parte), molto prima che comparissero nei cataloghi nei “nostri” negozi.
Peccato che ormai ho smesso ;-P
ah ah ah le mitiche sacche di CustomBiab. pure io ne ho ancora una e la uso come mega hop bag. fantastico.
Grande Corrado