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Tammurriata nera

26 aprile 2018 - il Blog
Tammurriata nera

fermentatore aperto

E così… dopo 10 giorni di fermentazione costante a 18 gradi e abbattimento a 4 gradi per 2 giorni, con FG stabile a 1009, lunedì 23 aprile scorso ho imbottigliato la black ipa. Questa birra è nata come diretta concorrente di un’altra birra fatta in gennaio 2018, la Briù Plus Plus: presenterò la migliore delle due alla terza tappa del concorso per homebrewer organizzato dall’Astral Beer Pub di Bologna previsto per giugno prossimo.

Ecco un po’ di dati riassuntivi di questa cotta:

Stile: Black IPA
Cat BJCP: 21B
OG: 1050
FG: 1009
ABV: 5.3% (a rifermentazione avvenuta)
IBU: 85
SRM: 30
Priming: 5gr/Litro (effettuato con la siringa in bottiglia)
Litri finali: 13 circa: 25 bottiglie da 0,50cl

download in corso

Ho ovviamente assaggiato un campione della birra pre imbottigliamento: è una birra dal colore molto pulito, un bel marone scuro leggeremente velato. Al naso arrivano forti aromi di liquirizia, sensazioni balsamiche e un deciso agrumato dai luppoli. In bocca è secca, esattamente come prevede lo stile, e si riconferma la liquirizia sostenuta da un leggero caramellato. L’amaro è forte e persistente. Grande assente, in tutto questo, il tipico torrefatto da malti tostati, segno di un cold steeping riuscito.

travasando la black ipa

Il cold steeping è una tecnica valida?
Siccome è la prima volta che utilizzo questa tecnica non posso sbilanciarmi del tutto. Sta di fatto che questa prima esperienza non ha avuto intoppi e incidenti. In sintesi, non ho fatto altro che mettere dei malti scuri non macinati in acqua a temperatura ambiente per 24 ore circa, filtrato, e aggiunto al mosto principale a 5 minuti dalla fine della bollitura: è una procedura talmente semplice e lineare che è praticamente impossibile sbagliare. E si ottiene il risultato.

Com’è andata questa cotta.
Come dico sempre, fare birra in casa, alla lunga, è un hobby noioso perché tra uno step e l’altro deve passare del tempo, addirittura mesi. Si parte dall’ammostamento dove tra uno step e l’altro sono necessarie minuti ed ore, per finire poi a giorni e mesi tra fermentazione ed imbottigliamento. E nel frattempo non puoi fare altro che aspettare. Certo, è un hobby, e assolve il suo principale scopo: ovvero, consente di farmi staccare la spina per un po’, mi svago, non penso ad altro e via dicendo. Ciò non toglie che ci sono delle fasi che sono noiose a prescindere: avete già capito di cosa sto parlando…

L’imbottigliamento
Sono sempre da solo in questa fase, e questo significa che devo fare tutto io. È senza dubbio la fase più atroce, ma non per questo meno delicata, di tutto il processo produttivo a livello casalingo. Bisogna:

Lavare le bottiglie riciclate è la parte in assoluto che meno preferisco. Ma bisogna pur sempre farla!
Nel tempo, ho affinato una certa tecnica per migliorare questo processo. Niente di trascendentale ed innovativo: si tratta solo di riporre le bottiglie già pulite ed asciutte per poi fare una passata veloce di starsan prima di riempirle di birra: così ottimizzo tempi e spazi. Per ottimizzare ancora di più sarebbe necessaria una sorta di catena di montaggio: chi prende le bottiglie e le sciacqua, chi le riempie, chi fa priming, chi tappa e stocca. Troppe persone… meglio fare da solo, o al massimo in due.
Manco a farlo apposta, durante il giorno ho scambiato dei messaggi con Matteo, detto il Biondo: un homebrewer che vive attualmente a Budrio che mi ha contattato per via delle amicizie in comune su facebook, e da lì è nato un simpatico scambio di messaggi al ché io ne ho subito approfittato, invitandolo da me a farmi compagnia per fargli vedere la mia officina, e per, ovviamente, farmi dare una mano. Lui, per tutta risposta, non ha esitato ad accettare nonostante avesse chiaramente intuito il mio intento di sfruttare la sua manodopera.
E così la serata è andata via veloce: tra una chiacchiera, una battuta e un “passami una bottiglia pulita“, le tre ore passate sono volate quasi in scioltezza.

Come chiamare questa cotta?
A volte non ci si crede a quello che succede, e la realtà supera la fantasia. È nata una birra, ed è nata nera e l’homebrewer la chiama… già… come la chiamo questa birra?
Qui nasce un dilemma non da poco, per chi ormai ha capito come ragiono: come ho deciso di chiamare questa birra? Peppe? Antonio? Ciro? chillo ‘o fatt è nir nir. Nir nir cumm’acché. Dal momento che è una Black IPA, al momento, l’unica opzione plausibile è estendere il nome delle mia solita APA con il prefisso Black. Una Plus Plus – Black edition. alla fine penso che il nome migliore sia Black Plus Plus… suona male? Ci si abitua a tutto… anche ad un nome stonato. E ora, pausa per un po’.

 

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